se la fine del mondo sta arrivando

voglio farci l’amore dentro.

sentire gli organi e i muscoli pompare più forte degli uragani alle mie spalle.
maledire i vecchi amici immaginari, rompere quegli schemi neri in cui mi sento tanto al sicuro.

se la fine del mondo sta arrivando
voglio spolparla, riderci, sfidarla e giocarci d’azzardo.

sfregare la pelle nei colori e assecondare i desideri.
gustare i rimorsi, senza nessun rimpianto.

per una volta.
non me ne frega niente di avere paura.

se la fine del mondo sta arrivando
voglio sapere che ci ho messo tutto, anche il sale.

e poi piangere, eventualmente, solo dopo.
con tutto il corpo che ne può restare.

magari, che ne sai, possiamo anche viverci, lì dentro.

twirl

Elspeth Diederix, Twirl

Cenestesi
[ce-ne-stè-si]

SIGN Sensazione generale del corpo, di solito notata solo quando percepisce una variazione.

voce dotta, composta dal greco [koinós] ‘comune’ e [aìsthesis] ‘sensazione’.

 la cenestesi è letteralmente la sensazione comune del corpo. Non quella che percepiamo dal giornalismo degli organi di senso con cui diamo l’assalto alla realtà, ma quella interna, sottile e complessa, resa dalla rete dei propriocettori – indescrivibile da vista, udito, tatto.

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Anno sette

L’anno sette lo scrivo da un’altra parte.
Sono ancora troppo silenziosa, ma leggera.
E questo sette assomiglia alla mia scrittura, c’è e non se ne andrà ma adesso sta guardando altrove.

Quindi l’anno sette vado lontano e resto qui.
Nella realtà.
Prendo tutto come un regalo da scartare piano, se doveva arrivare un tempo è arrivato.

Il tempo di non limitare, semmai di espandere.
Il tempo di lasciare andare.
Il tempo di credere ai miracoli.
Quelli reali, quelli normali, quelli che assomigliano alla felicità.

L’anno sette piove.
E gliene sono grata.

Non posso fare altro.

IMG-2002
(Soundtrack a cura di Frida Kahlo:)

Ti meriti un amore che ti voglia
spettinata,
con tutto e le ragioni che ti fanno
alzare in fretta,
con tutto e i demoni che non ti
lasciano dormire.

Ti meriti un amore che ti faccia
sentire sicura,in grado di mangiarsi il mondo
quando cammina accanto a te,
che senta che i tuoi abbracci sono
perfetti per la sua pelle.Ti meriti un amore che voglia ballare
con te,
che trovi il paradiso ogni volta che
guarda nei tuoi occhi,
che non si annoi mai di leggere le
tue espressioni.

Ti meriti un amore che ti ascolti
quando canti,
che ti appoggi quando fai la ridicola,
che rispetti il tuo essere libera,
che ti accompagni nel tuo volo [che ti porti nel suo],
che non abbia paura di cadere.

Ti meriti un amore che ti spazzi via le
bugie
che ti porti il sogno,
il caffè
e la poesia.

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Dopo

Mentre sprofondi senti una specie di morbidezza.
Le vertebre, una alla volta, che si abbandonano dentro le curve. Le lasci fare.
Le unghie ripercorrono i quadrati della trama, le allunghi sul bracciolo fino a sentirne i limiti, i gomiti rotondi, l’immaginazione che si confonde tra le righe del velluto, i pensieri sono già troppo lontani.
Ci premi i polpastrelli sopra per fermare quel sorriso.
Il tuo.
Mentre lo saluti sotto casa e ti sembra di avere cinque anni e di essere appena tornata dal luna park, con le mani appiccicose di zucchero filato e tutto il resto.
Ti rannicchi e tieni tutto buono lì. La sua voce ruvida, i centimetri di pelle che si sfiorano, le tue guance rosse e neanche sai se sia l’imbarazzo o il vino, le frasi lasciate volontariamente a metà.
I bottoni ti baciano la schiena, cinque baci in fila, fa caldo e i tuoi pensieri sono giallo canarino.
Sorridi e ti lasci avvolgere.
Anche se non sei sicura che domani ti richiamerà.

Daniel Egneus, The red line

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Quindici

Il parchetto è diverso, ma l’aria di giugno è la stessa, così come le ombre che scendono tra i lampioni.
La panchina assomiglia a quella panchina, ogni tanto passa qualcuno con un cane o due mani intrecciate che leccano il gelato con le altre due mani.
Ho la stessa musica, anche se con suoni diversi, lo stesso quaderno rosso e le stesse camel blu.
Anche i vestiti potrebbero essere gli stessi, pure se diciannove anni fa non li avevo ancora comprati.
I capelli di nuovo lunghi e lo smalto rosicchiato.
Mi tolgo i sandali e incrocio le gambe, apro la borsa e accendo una sigaretta.
La luce si abbassa, sento il buio che arriva e la sera ne ha solo mezza responsabilità.
Ho lo stesso cuore e la stessa testa, solo uno più vuoto e l’altra più piena.
Il corpo invece non c’entra più quasi niente.

Respiro l’estate e guardo le mie righe.
Scritte con la stessa matita, contengono lo stesse domande.
Le parole che uso, invece, sono diverse.
Hanno meno poesia e più oggetti.
Più disillusione, ma gli stessi desideri.
La calligrafia è rimasta illeggibile.

Un cane abbaia e potrebbe essere lo stesso di diciannove anni fa.
Sono in un altro parchetto in una città diversa, sono le stesse nove dello stesso sabato sera di un altro giugno e io ho sempre quindici anni.
Faccio gli stessi pensieri, con gli stessi scarabocchi.

 

christopher poindexter

I just want to smoke my cigarettes and drink my whiskey
and for you to love me for the monster I am.
Christopher Poindexter

 

 

 

 

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Senza un fine non ci riesco a stare

Era una strana primavera d’inverno, io avevo finito di srotolare le parole che tenevo nel cassetto da anni e tu, di fronte a me, arrolotolavi tabacco nelle cartine sgualcite.
Con pazienza mi facevi accendere controvento perché avevo anche le mani scorticate dalla storia che ne era venuta fuori.
Il mio finale era già diventato una nuova attesa, avevo un sacco di tempo vuoto e lo usavo per dimenticarmi le cose.
Mi giustificavo dicendo che sono quella delle decisioni prese in fretta e degli addii lenti, tu sottolineavi che non mi accontento mai e intanto ridevi perché era questo il motivo che ci faceva stare seduti sullo stesso cornicione.
Ero solo fragile e non volevo ammetterlo, inventavo scuse per non smentire gli schemi e contavo i fili di fumo che ti scivolavano tra le labbra.
Tu mi parlavi di protezione e io insistevo con l’abbandono.
Volevo trovare un confine tra svanire e sfumare, deglutivo questa storia che non c’è amore senza mancanza e non riuscivo ad accorgermi che stavamo dicendo la stessa cosa.
Cantavi Nevischio, erano i Verdena e il fatto che senza un fine non ci riesco a stare.
Io pensavo alla fine e cambiavo il senso delle parole perché mi sentivo maltrattata dal silenzio ed ero stanca dei malfinali.
Ripetevo la mia versione dei fatti, e tu dicevi che non c’è mai qualcosa di inutile.
Mi arrabbiavo per cose a cui tu toglievi peso con gesti microscopici, urlavamo maledizioni alla banalità e alla fine mi ero delusa da sola.
Accarezzavi le tue piccole certezze, non volevi cambiare musica e trovavi un modo semplice per uscirne, mi dicevi che bastava avere un alleato per restare, che la guerra non esiste più quando gli inferni privati si dividono a metà, che era solo questione di scegliere un fronte con cui resistere.
Io mi sentivo sola al mondo e continuavo a chiedertelo senza aspettare la risposta.
E se la guerra sono io? mi ci asciugavo la gola.
Tu mi hai chiuso le labbra con un dito. Credo di essere nato partigiano, hai detto, e adesso so anche perché.
Ti guardavo e vedevo solo luce mentre tu non sapevi più in quale buio rovistare.
Con lo stesso gesto pulito, hai abbassato la coppola sugli occhi mentre io abbassavo le difese.
Non sapevo ancora niente ma per fortuna ho continuato a crederti.

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Pensare l’impensabile

Non ci penso quasi più.
E, quando ci penso, non riesco proprio più a pensarci.
Non esiste più, quel pensiero.
È stato frullato, buttato nella mischia, fagocitato dai tram, i libri da leggere e da raccontare, gli amori irrisolti e quelli scoraggiati, le bollette e tutte quelle storie che ho accumulato nella testa senza ancora riuscire a farle diventare lettere sulla tastiera, sequenze di parole, frasi, capitoli, fine. Una cazzo di fine.

Non ci penso quasi più.
E quando me ne accorgo c’è una tagliola che addenta quell’organo non ben definito che so di avere tra la pancia e il cuore.
È l’organo di tutte le vite precedenti.
Quelle in cui ridevo, piangevo, mangiavo, litigavo, lottavo, lavoravo senza quel pensiero perché quel pensiero non nasceva neanche. Era. Esisteva, piangeva, mangiava, litigava, lottava e lavorava vicino a me.
E allora potevo non pensarci perché in qualche ora lo avrei rivisto o avrei almeno potuto chiamarlo al telefono, lasciargli un messaggio con le calamite sul frigorifero, chiudere una discussione con un dito medio o pretendere un abbraccio di scuse.

E non si chiama per niente coraggio, non pensarci quasi più.
Si chiama adattamento. Si chiama dare un nome a qualsiasi altra cosa che hai intorno e non è ancora diventata pensiero. Per smettere, a un certo punto, di pensarci.
Per capire che sei qui comunque, che non puoi farci niente, e che anche quando avrai fatto tutto quello che puoi fare da sola, ce l’avrai sempre lì, tra le cose impensabili.

E io allora non ci penso quasi più.
Perché nonostante i chilometri percorsi, le trasformazioni sudate lì in mezzo, nonostante tutto il bello che ho lasciato entrare e le schifezze che ho messo alla porta, nonostante i regali che ho barattato e gli sguardi che ho sfidato, quel pensiero mi rimarrà addosso sempre. Sempre più vago, svuotato di voci e colori, diluito anche nei ricordi. Rimarrà confinato dentro quei muri stagni a ricordarmi che c’è un motivo per cui sono ancora qui a pensarci.

No. Non sono per niente coraggiosa.
Ho fatto solo quello che fanno tutti quanti.
Ho fatto in modo di non pensarci quasi più.
E oggi so che, anche se dovessi smettere del tutto di pensarci, quel pensiero continuerà a mozzicare il mio organo immaginario.
E sarà, mio malgrado, ogni volta reale e impensabile.

adara sanchez anguiano

Adara Sánchez Anguiano

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abbarbicare

c’è un parola che mi gira in testa da stamattina.
ho bevuto tre caffè, finito un libro bellissimo e agghiacciante, fatto la doccia e cambiato due vestiti prima di prepararmi per uscire.
eppure continuava a tornare.

abbarbicare.

ripetuta anche ad alta voce, mi suonava come qualcosa di nascosto, difficile, impenetrabile.
poi l’ho guardata meglio.

[ab-bar-bi-cà-re (io ab-bàr-bi-co)]

è qualcosa che c’entra con il mettere radici, attaccarsi, stabilirsi in un luogo arrampicandocisi sopra.
significa decidere una cosa e volerla al punto da farla diventare casa.
come le piante che tendono verso l’alto, salgono, salgono e stringono finché non si sono prese il muro, ostinate fino al loro spazio meritato, l’aria, il cuore.

ho fatto salire un altro caffè e alla fine l’ho ascoltata meglio.

abbarbicare.

c’era dentro la barba.
in quella parola c’era, prima di tutto, la barba.
che, sì, è quella cosa che ad alcuni cresce sulle guance, si espande, si radica e devi decidere di toglierti, se la vuoi togliere, ma continuerà a spuntarti tra il naso e la bocca.
come le parole.
ma è la stessa cosa in cui puoi nasconderti, o aggrapparti, o torturare con le dita quando sei nervoso.
un posto intimo e inespugnabile.
come il silenzio.

e allora che sia un marinaio, babbo natale, mago merlino, gesù o un hipster, non importa.
uomini o donne che siate spero abbiate una barba su cui arrampicarvi, su cui mettere radici, spero abbiate una barba da non abbandonare.
e spero sia una barba difficile in cui aggrovigliarvi, una barba piena di nodi per non annoiarvi mai.
una barba da scegliere per nascondervi.
una barba di cui fidarvi.
una barba da difendere con le unghie e con i denti.
una barba che ne valga la pena.
la auguro a chiunque sulla faccia della terra.
tenetevela stretta, la barba che avete.

nel frattempo, io ho passato una giornata intera, ho chiesto altri caffé, fatto il mio lavoro e bevuto un certo numero di  birre.
e ancora ci penso.
a quanto mi piaccia passare una giornata con una parola abbarbicata in testa.

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Antonio Bonanno

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