Tagliato a metà

Sono le sei del mattino e rotoli nel letto.
Sospesa tra la birra di ieri e il sogno interrotto.
C’è lui, nel sogno.
Lui che si schiarisce la voce con disprezzo per dirti una cosa che ti farà male e lo sai.
Ma il sogno è tagliato a metà.
Quindi l’unica certezza che ti è rimasta è lo sfregio in fondo alle sue corde vocali, in diretta dal tuo mondo irrazionale.
Lui, che ti farà male di nuovo, tanto lo sai che sei tu.
E la birra, il malto che risale nella testa e ti asciuga la gola.

Dici che non te lo meriti, lo dici ad alta voce scalciando le lenzuola, e neanche tu sei sicura, se stai parlando all’insonnia alcolica, all’inconscio o a questo disamore che non si sveglia mai, alla formula magica che non funziona, alla pace una sacrosanta volta, a te che ti guardi nello specchio e dici che ti vai bene lo stesso, a come cazzo non sei capace di prenderti quello che vuoi.

Sì, ma cosa vuoi?

Un posto caldo, due spalle solide, tre parole, quelle che gli altri usano di continuo per scegliersi, quattro minuti e dodici secondi di canzone, cinque ore di sonno filato, sei la cosa più pulita che ho, settemila caffè, ottobre con il sole, le nove vite dei tuoi due gatti, dieci dita intrecciate così forte che non senti più i confini, undici solitudini, come Yeats.

Forse è troppo. Non starai esagerando?

La birra continua a fare il suo giro sporco, mischia i ricordi e le luci, i nomi e le costole.
Forse sei tu che non sai più cosa puoi volere, come se il desiderio poi avesse delle regole in cui stare, ma non era sconfinato il desiderio?
Forse sei tu che mischi, i maschi e le mosche, chi va e chi resta, chi c’è e chi cincischia.
Che poi che bel suono ha quel verbo che rimbalza, come chi lo fa.

Pensi alla tenerezza.
A quella cosa che quando te la sei scambiata, come fai?
A guardare due occhi nello stesso modo, come fai?
A evitarla, dimenticarla, a non volerla mangiare, bere, leccare, annusare, stringere, sentire, divorare, che improvvisamente la tenerezza ha preso materia, è diventata un corpo, un frullato, la tenerezza sono tutte le terminazioni nervose tra l’ombelico e il piacere.
La tenerezza è una cazzo di apparizione.
Pensi che la tenerezza è uno strato fragile, un livello raro, una predisposizione naturale tra due individui predisposti e nessun altro.
Non è il sesso, la tenerezza, sono altri pianeti e sistemi linfatici, è pericolosa la tenerezza, ricordati di starci lontano.
Che se invece dei vestiti ci sfiliamo la pelle, poi non ne usciamo.

Sono le sei del mattino e vorresti dirglielo.
Se solo girando la schiena trovassi la sua faccia, che dorme o fa finta, ti sbircia le vertebre.
Vorresti dirgli che non tengono le guarnizioni, che non c’è niente che regga il confronto con te e la sua bocca.
Che lo odi, che è stupido e amaro, che sei arrabbiata e non è vero che lo odi, sei solo una donna stanca di sentire il meteo anche nelle budella, che non riesci a scrivere una versione definitiva e restano solo righe confuse con così tanti buchi neri che neanche Steve Hacking li conterebbe più.
Vorresti dirgli che ti manca mancargli e tutte le cose che hai appuntato su pagine stanche di dire sempre la stessa cosa.
E che la gente vera si trova nelle fratture.
Ma siamo sicuri di aver fatto abbastanza?
Questo vorresti dirglielo davvero.

Sono le sei del mattino e la birra è evaporata.
Nel tuo letto, rotola una donna con un sogno tagliato a metà.
Fa la conta dei pezzi sparsi da tenere insieme.
E dice dice, ma ha solo bisogno di silenzio.

Elisa Talentino
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Anno nove.

L’anno nove è l’ultimo giro di giostra.
L’ultimo rituale, l’ultimo appello.

Faccio riassunti mentre bevo il secondo caffè e fumo quella sigaretta che non sei riuscito a farmi smettere di fumare neanche a suon di schiaffoni.
Cado nella forma che ho dato al divano e penso a progetti che non avresti mai capito, sui quali avremmo per l’ennesima volta litigato.
Immagino come saresti oggi, ogni tanto ti incontro per strada nelle forme, nei vestiti e dietro gli occhiali e le mani di uomini che potrebbero essere te. Dentro dialetti che potrebbero avere i tuoi denti.
Ma il condizionale non è il reale.
Solo fantasia.

Sono nove anni che non hai notizie di me e io non ne ho di te, e questo è solo l’inizio.
La fine è già arrivata.

Nel mezzo tra la fine e l’inizio ho iniziato e finito molte cose.
Alcune, invece, continuo a tenerle a metà e certi giorni mi maledico per questo, altri invece ringrazio di aver imparato le scale di grigio.
Ho scambiato sogni e segni, pugni e pegni, ho cambiato le vocali a parole difficili più da fare che da dire, volevo dimostrarmi che amaro è anche amore e ho avuto la conferma che vale anche viceversa.
Ho riso e pianto e dato aria ad altre emozioni basiche perché ho capito che, nella geometria delle cose che contano, è dalle basi che si parte, non dalle altezze.
Poi, ho lasciato spazio alle complessità.

Ho perso.
Ho perso molto, papà.
Ho perso altri pezzi e padri, ho perso entusiasmo, tempo e chili, ho perso pure i tram e le monetine.
Ho perso paure e parole.
Ho preso.
Ho preso coraggio, cuori e bellezza, mani e fiducia, ho preso un gatto nero e una casa con le ringhiere, il volante sulle autostrade e voli più o meno immaginari.
Ho preso raffreddori e anche colpe che non erano mie.
Sono andata e tornata, mi sono allontanata e ho provato a restare.
Ho incontrato abbracci e amori in cui sarei rimasta eppure non sono stata capace di difenderli.
Non è vero. Ho difeso, con ogni forza che avevo.
Sono stata senza nessun abbraccio e amore, per mesi, con il mondo bloccato dietro un virus che non ho ancora capito quanto sia un fattore biologico e quanto umano.
Ho perso e ritrovato un corpo vivo, mi sono allenata ad ascoltarlo, a tradurlo dentro e fuori dallo specchio.
Ho creato e fallito e rimodellato il tutto con un disegno che ancora non riesco a vedere.
Ma c’è.
Perché ho imparato anche che fallire è il modo più scientifico che abbiamo di imparare.
Ho esplorato il vuoto, mettendo preghiere pagane e sante bestemmie tra la mia bocca e il soffitto.
Mi diceva ieri sera un amico nel telefono che anche nel niente non può esserci niente, è una questione quantistica, una di quelle questioni che io non capisco davvero ma in cui riesco sempre a trovare un racconto rassicurante.
Ho creduto alla fisica, alla poesia, all’astrologia e anche alla lavanderia.

L’ultima volta che ho percorso quel vialetto bianco maledetto e silenzioso sapevo che avrei trovato dei cocci.
Un sasso, per sbaglio o per dispetto, aveva fatto un buco in quell’ala di vetro che avevamo disegnato per te nove anni fa.
Per la prima volta in nove anni, ho lasciato sul vialetto la rabbia e le lacrime, ho spostato la polvere e i pesi, e ho cercato tra quelle schegge blu quella più bella, ho scelto la forma e le variegature.
L’ho guardata e pulita.
L’ha girata verso il cielo e ho deciso.


Ecco cosa sono e voglio essere l’anno nove.
Una donna che, in un pezzo di vetro rotto, ci vede una nuvola.

È scaduto il tempo, si può smettere di contare.
L’anno nove è dove inizio e fine si sovrappongono, dove si smette di guardare in basso e si inventa in alto.
L’anno nove mi sa che salta in aria tutto.
E dopo, dicono, si balla.


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Fino a qui tutto bene

In questi giorni sto facendo i conti con le cadute.
Cadere è una parola che ha che fare con le sedie, con le ginocchia e con la gravità, con l’autunno e con le stelle, con qualcosa che precipita in giù e ci fa cambiare punto di vista.

Non è neanche più una novità.
Sono caduta, e male, ormai abbastanza volte da poter tenere conferenze in mondovisione e workshop esperienziali.
Eppure mi sembra di non imparare mai abbastanza, di non sapere ogni volta come uscirne.
Eppure sull’eppure, sono ancora qui a scriverlo.

Questa estate, per dirne una, mi sono imposta di non regalare più desideri alle notti di agosto.
Mi sono detta che le stelle che cadono sono pezzi di corpi celesti morti anni luce prima che io li potessi vedere, si sono raffreddate e spente e allora vengono giù.
E noi scemi a cercarle, a pregarle, a strizzare gli occhi e dirgli, dai per favore, fai questa cosa per me che io non ci riesco.
Vi siete chiesti perché quei desideri non si realizzano mai?
Noi cerchiamo le stelle che cadono non per fargli un funerale come meriterebbero, ma per affidargli le nostre speranze.
Siamo ciechi, egoisti e sognatori.
E invece quelle scie di luce ci dicono che hanno esaurito il biossido e il metano, che non hanno più energia neanche per alimentare se stesse, fine della storia gloriosa, è il loro saluto.
Lo fanno semplicemente con stile.

Sì. I desideri sono la separazione dalle stelle, c’è quel de- latino maledetto di mezzo, è il rendersi conto di una mancanza, qualcosa che ci fa rotolare e incrinare le costole e tutto quello che ci sta dentro la gabbia toracica, il famoso inseguimento di quello che non c’è.
Dovrebbe essere molto più semplice.
È il processo che dovrebbe interessarci, più dell’obiettivo.
Per questo ho smesso di chiedere aiuto alle stelle.
Di cercare soluzioni nelle immaginazioni, nelle distanze.
Io la vera rivoluzione stavolta la vorrei trovare a terra, toccando il marciapiede su cui mi sono scorticata con tutto il corpo che mi resta, prendendolo a pugni prima di accarezzarlo, mica in cielo per chissà quale benedizione divina.

E allora ho deciso che mi lascio cadere.
Che permetto a tutte le certezze che avevo di schiantarsi e spargere schegge, di consentire con umiltà che succeda.
Ho capito che fallire fa bene.
Che il fallimento può diventare uno stimolo vitale, un’opportunità, un metodo selettivo per i nostri desideri, per capire quali lasciar morire in pace.
Che bisogna continuare a fallire e farlo sempre meglio.
Che bisogna soprattutto lasciarlo fare, il fallimento.
E io, se c’è una cosa che so, è che non ho ancora trovato qualcosa che renda una persona bella più delle cicatrici.

Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.
Quante volte, noi gente con i sogni negli anni Novanta, abbiamo citato la storia di quell’uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani?
Tutte le volte, lì, dentro quello spazio in bianco e nero tra il tetto e la strada, ho avuto paura, ho perso sonno, entusiasmo, vita, amore, mi sono sentita sola.
E invece tutte le volte semplicemente mi dimenticavo che tra il trentasettesimo e il ventiduesimo piano, o a qualche altezza lì intorno, c’era una rete.
Una rete che, oggi lo so, non si trova lì per caso.
L’ho costruita io mentre neanche me ne accorgevo.
Una rete salda, umana, con le mie stesse fragilità e le stesse paure.
Una rete che un po’ si sfilaccia e un po’ si ricostruisce, ogni volta in modo diverso, una rete che ha nomi insostituibili e altri che cambiano, una rete che si tras-forma e mi sorprende, perché siamo noi che cambiamo e le cose della vita si modificano di conseguenza.
Una rete che mette energia dove io la perdo e viceversa. Che mi fa dormire quando perdo il sonno, che mi insegna a contare e respirare quando non sento aria entrare e uscire, che sa farmi sorridere quando non penso neanche più di avere le labbra, e piangere, con le fontane, senza giudizio.
Che mi fa schiantare comunque, sì, ma alleggerisce la caduta.
E mi raccoglie ogni sacrosanta volta.

C’è questo modo bello che usiamo per parlare delle cadute: spesso diciamo che abbiamo fatto un volo.
E io, da figlia degli anni Novanta, posso rispondere solo una cosa.
Fino a qui tutto bene.

 

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Un film

Non mi ricordavo più la tua voce.
Ci ho messo minuti ad accettarla, a lasciarla scorrere, a farla entrare.
Era giovane e tirava tra fili di ricordi che non mi sono rimasti.

Non ricordavo più le tue linee, la tua risata, il tuo bisogno di raccontare una storia che mi appartiene d’eredità.
Hai raccolto tutto tra la dolcezza e lo scherzo, con l’inquadratura mossa che hanno le emozioni quando le senti vive.
Le stanze di casa – una per una, il tuo paese tra gli ulivi – con Caruso in sottofondo, il sorriso impacciato di tua madre, il nome di tuo padre dentro quello di mio fratello, Stromillo che suona sulla curva, tre monelli felici e inseparabili, i buoni e i cattivi – tutti con una forchetta in mano intorno allo stesso tavolo, mia mamma, bellissima e disinvolta.

Tra quelle righe sbalzate dal televisore c’eravamo noi.
A fare balletti, viaggi in camper e scartare regali, a seconda del mese, del posto e dei centimetri.
Inseparabili anche quando se ne sono andati più pezzi di quanti ne siano rimasti.
Noi e il tuo occhio che raccoglieva tracce.
Con la leggerezza di chi non lo sa, che una barzelletta ad anni luce di distanza può far piangere le fontane e tutti i pesci rossi.

Ogni tanto mi toccavo la mano.
Volevo capire se si ricordava lo spessore della tua che la conteneva.
Mi toccavo gli occhi per capire se si erano rimpiccioliti.
Mi toccavo le gambe per farle tornare corte e rotondine, per sapere se sanno ancora sgambettare.
Mi toccavo la gola e non mi ricordavo più che mi chiamavi Pastaefagioli.

Era solo un film, ma ho pregato tutto il tempo che il nastro non si inceppasse, che quella farfalla non ti portasse via un’altra volta.
Adesso piove.
Io avevo una cosa da chiedere al cielo e l’ho fatto.

La verità è che non ricordavo niente.
Neanche quanto mi manchi.
E, se vogliamo dirla tutta, forse è un bene.


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Un posto pulito, illuminato bene

Appoggio la borsa, quella che si è rotta lungo la strada, perché se c’è una cosa che non so fare in modo ordinato è partire: aspetto l’ultimo e poi riempio in modo confuso, di cose confuse, tiro la zip sapendo che all’arrivo avrò portato l’inutile e mi mancherà l’indispensabile.
Tolgo le scarpe come prima cosa. Voglio assaggiare questo pavimento, sentire la pelle che familiarizza con le mattonelle e l’odore delle stanze, porto i miei piedi a conoscere il giardino, assaggiare il muschio, abbracciare di nuovo la rosa, respirare l’orto, chiedere con tutti e cinque i sensi: permesso, posso restare un po’?

La luce è alta, il cielo tende alla beatitudine e io mi accorgo che la parola che ho masticato di più negli ultimi tempi è casa.

Casa dove sono rimasta incastrata per quattro mesi, insieme al resto del pianeta e poi da sola, mentre il resto del pianeta ha ricominciato a camminare, barcollare, correre all’aria aperta più veloce di prima, scoperchiando cicatrici dietro le maschere.
Io ferma, sotto il soffitto, cause di forza maggiore e minore in conflitto perenne.
Casa dove ho cercato silenzio, ordine, conforto, forme ravvicinate e collegamenti a distanza, dove ho fatto una famiglia in balcone e un giardino in salotto, dove mi sono ricucita e strappata senza soluzione di continuità e ho pensato che stavolta avrei aggiustato tutto.
E invece no.
A meno che aggiustare non significhi buttare ogni cosa in aria e immaginare cosa farne dei coriandoli, prima che si alzi troppo vento.

Casa che a quattro mani abbiamo avvolto nel pluriball cercando di resistere alla tentazione di far scoppiare le bollicine, per ricordarci che alle volte è più importante la protezione del gioco.
Abbiamo impacchettato apocalissi e radici, ormai consapevoli di dover portare entrambe ovunque.
Casa che abbiamo spostato e liberato dal pluriball per riprendere a giocare, per sentire che qualcosa può ancora scoppiettare lì sotto. Che una casa si può abbandonare e ritrovare perché casa non sono i piloni di cemento, ma le scritte sui muri, le gambe delle persone, le cartoline sul frigorifero, le sagome controluce e il disordine apparente, le direzioni che prendono gli sguardi, la qualità dell’aria e le pietre su cui appoggiare i passi.
Casa è arredare le cose di sempre dentro pareti nuove, appoggiate su vecchie fondamenta, e pensare che un’altra storia sia ancora possibile.

Casa che non è detto che stia esattamente dove sta il tuo cuore, ma che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va.

Casa il mio corpo che ho ricominciato ad abitare, a inventarci un’intimità fregandomene delle tende, per tirarlo fuori dal sonno e liberarlo dalle distorsioni, sostituendo gli abbracci, ripercorrendo gli stessi meccanismi, consapevolmente stavolta, scoprendo altri desideri, restituendogli natura e naturalità, con naturalezza.

Casa che mi mancherai sempre, perché anche la mancanza qui è casa.

Casa che se ci penso bene la disegnavo ovunque, su ogni centimetro libero della mia pelle, senza matite ma con le dita che ripercorrevano un archetipo, un quadrato con un triangolo sopra, senza spezzare la linea, un tatuaggio immaginario, un gesto autistico che è sempre stato capace di restituirmi serenità.

Casa gli specchi in cui non ti riconosci più, le scelte di vita prima che la vita cambi, gli occhi nuovi che sembrano saperne di te più di quelle mani con cui hai passato le notti, casa le planimetrie comprate a scatola chiusa per poi scoprire che quello era proprio il contenitore perfetto, casa i castelli sospesi e ridisegnati, le stanze in cui avresti messo una poltrona per sentirti comoda e invece non c’è neanche un angolo in cui raggomitolarti.

Casa quel posto temporaneo che ho creduto di poter chiamare porto, per quel vizio maledetto che ho di pensare che basti una lettera a cambiare il senso delle storie.
Casa che scegli anche quando lei non sceglie te e viceversa, quella sensazione a cui non rinunci perché non ti interessa sentirti straniera altrove, eppure l’oasi non si trasforma in casa, neanche se apparecchi bene e accendi le candele, casa quell’infinito gioco a scacchi con un Ulisse al contrario, matto come le pedine sul tavolo, irreversibile come quel re incastrato nel suo quadrato, smemorato come quell’uomo che dopo una guerra prega le sirene di tirare i fili, pur di non tornare in quel po[s/r]to in cui hanno disfato ogni cosa disfabile solo per costruire.

Casa che a volte puoi solo traslocare.

Casa nella migliore versione dei fatti, quella che mi spiegavano nel mezzo di una notte di tenerezza ben dosata: essere liberi di andare dove si vuole, giocare, provare, tradire e poi sapersi capaci di riconoscere che c’è un posto solo in cui vogliamo tornare.
La casa che vorresti avere e poter restituire.
Perché casa è soprattutto mantenere, e significa proprio come suona: usare le mani per reggere, stringere, fare in modo che duri a lungo, non scivoli senza presa tra le dita.

Casa una capanna, una conchiglia, una strada, casa è chi casa la fa.
Io resto casa e mi piace.
La carta da parati per soffiare i desideri. Il divano che cade, sfilato dai gatti, sfondato dall’amore. La vasca con le zampe, il letto che cigola. Il gelsomino che esplode e la menta che annega.

Guardo i miei piedi, sono nudi e neri.
Di terra, di laguna, di nuvole veloci, di pensieri grigi, di cielo blu, di rose rosa.
Qui c’è l’indispensabile anche se nella mia borsa ho portato l’inutile.
Casa è quando portiamo una birra nel nostro posto e passano tutti i mali del mondo.
Casa è dove arrivi a pezzi e riparti intera.
Qualsiasi versione di te tu stia indossando.
E questo vale tutte le terre di mezzo che hai attraversato per capirlo.

 

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Daniel Egneus, Escape into life

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Che cosa ne abbiamo fatto

Ci eravamo promessi più rispetto.
Più attenzione, più cura.
Ci eravamo promessi nuove priorità,
gesti inaspettati, abbracci intermolecolari.
Ci eravamo promessi le piccole cose,
i respiri lenti, l’unione prima di tutto, il non rischiare di perdere così tanto una volta di più, la gentilezza e solo le tristezze necessarie.
Ci eravamo promessi di stringerci nella paura,
di dividerla in parti uguali, di immaginare in modo collettivo.
Ci eravamo promessi nuovi occhi,
nuovi cuori, vecchie verità.
Case mai più vuote,  bicchieri mai più mezzi, specchi puliti.

Ci eravamo promessi rivoluzioni.

E adesso, mentre cammino in mezzo alla strada, l’unica cosa che sento è che sono più sola di prima.

conoscersi truppi

Conoscersi in una situazione di difficoltà
È un’opportunità
A me mi piace la difficoltà
Perché è una cosa che
Io divento alleato con te

Distinguersi, avvicinarsi e riconoscersi
Dimenticare tutti i fuochi spenti
I mostri i fallimenti
Liberare tutti i prigionieri
Non ti preoccupare
Nelle cose scure come nelle cose chiare
Noi ci andremo insieme
Come due cavalieri

Benvenuta tra le mie promesse
Quelle che non ci sono più
E quelle che sono rimaste
Stare con te mi definisce
Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Accendermi, sacrificando tutti i miei idoli
Anticipare tutti i movimenti delle mie paure
Tutte le trappole del mio cuore
E mostrarti come ero ieri
Come sono oggi
Quali sono i miei desideri, veri

Benvenuta tra le mie promesse
Quelle che non ci sono più
E quelle che sono rimaste
Stare con te mi definisce
Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

E mentre ci innamoriamo
Tieniti forte, tieniti bene
Mentre mi vieni vicino
Sull’orlo di questo burrone

(Giovanni Truppi)

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Il senso dell’attesa

Quando arrivo so già cosa mi aspetta.
Le persone, in una fila sparpagliata, stanno in attesa per entrare.
Chi arriva, d’istinto butta un occhio dentro e poi chiede chi è l’ultimo.
Io. Mi dice alzando un po’ le spalle e ormai si sa che i sorrisi si vedono anche dietro le mascherine.
Rispondo al sorriso protetto e mentalmente conto quanti sono quelli prima di lui: nove.
Considerando anche che devono scegliere quali fiori regalare a ogni mamma e che la mia fioraia del cuore è bravissima e così precisa da diventare lenta, so già che metà di questa domenica mattina la passerò qui.
A veder sfilare mazzi di fiori prima di poter prendere il mio.
Mi appoggio all’albero e non so se posso farlo, raccolgo i capelli, dovevo lavarli prima, adesso non avrò tempo.
Un mazzo pieno di rose esce dal negozio e tutti fanno un passo avanti, uno solo.
Io resto appoggiata all’albero, lui mi guarda come a dire che fai non guadagni il tuo quadratino verso la porta?
Tanto so che devo aspettare te, rispondo d’istinto alla sua domanda con gli occhi, in effetti non abbiamo imparato a muoverci in anticipo neanche adesso, ride lui filtrato dal verde medico.
E sono strani i sorrisi dietro i filtri, non i filtri che mettiamo noi per non far capire cosa proviamo, ma quelli che tutto questo ci ha imposto.
Ci ha imposto più attenzione: ai movimenti del viso, alle rughe temporanee, ai segnali del corpo, ai suoni che bisogna ascoltare bene se no non ti arrivano, i labiali sono un altro strumento che abbiamo perso. Non ti puoi distrarre, se non ti vuoi isolare.
Mi guardo intorno e la fila è aumentata. Ho già detto il mio, sono io l’ultima, almeno sette persone fa.
Per fortuna non ho aspettato di stendere la lavatrice per uscire.
Il sesto mazzo è una storia lunga, deve avere molte mamme da festeggiare questa signora perché continua a uscire, mettere in macchina una composizione e rientrare. L’ha già fatto tre volte.
Io inizio a muovere le gambe avanti e indietro che mi sono scordata bene come funziona la mobilità. Mi metterei a fare ginnastica se non mi sentissi ridicola: fletti gamba destra, fletti gamba sinistra, appoggiata a un albero, con la mascherina, in fila per comprare dei fiori.
Il ragazzo davanti a me si sistema il collo della camicia, fa pure caldo.
Guarda e riguarda la busta termica che ha tra i piedi, controlla avanti, conta anche lui: i mille mazzi che sta comprando la cliente dalle mille madri, le persone che ci sono prima, quelle dopo. Come se, a contarle, qualcuna di loro rinunciasse e tornasse a casa per velocizzarci il tutto.
Come se, a contarle, quei surgelati che sono in fila con lui non si sciogliessero.
Io li guardo con un po’ di compassione, mi sto sciogliendo io figlia qui in fila ad aspettare di prendere dei fiori per mia madre, chissà come saranno felici quei surgelati che non c’entrano niente con i legami famigliari.
Mi sa che dovrò cucinare tutto oggi, mi dice un po’ imbarazzato.
Io arrossisco dietro la mascherina e lo so che si vede, ma non può coprire anche i pensieri questa fascia verde?
Beh, faccio finta di niente, puoi fare felice tutto il tuo condominio lasciando a ciascuno la cena sullo zerbino.
L’idea lo diverte, adesso sono io che lo vedo.
Più che altro potrei avvelenarli e, sai, bastano già le mie prove con il violino a farmi odiare dai vicini.
Mentre la fila si accorcia me lo immagino, questo ragazzo con gli occhi grandi e le finestre aperte, con il mento appoggiato alla pancia del suo strumento.
Allora la prossima volta, invece dei surgelati, porta il violino a fare la fila con te e vediamo che succede: o scappano o ballano, ma in ogni caso ci sentiremo fortunati!
Devono averlo visualizzato bene anche quelli prima e dopo di noi, perché sento sorrisi muoversi dietro i filtri. Non dobbiamo dimenticarci che la gente in fila ascolta, anche nascosta dietro il cellulare.
Lui annuisce e sembra prendermi sul serio.
Scommetto che la prossima volta lo farà.
Intanto si avvicina il suo turno, manca una persona, io mi scollo dall’albero e la spalla della maglia mi scivola sul braccio. Potevo almeno evitare di uscire vestita come una zingara, a pensarci. Le blogger lo dicono, che ci si veste fighe anche per buttare la spazzatura. Potevo essere una blogger.
Butto un’occhiata nella porta del negozio, spero che nel frattempo non siano finiti i fiori.
Un mazzo esce, lui entra.
Voglio le peonie, penso, speriamo ci siano ancora peonie. Sono ancora chiuse, ma quando si aprono che casino bellissimo che fanno.
Il ragazzo ha finito, sta arrivando verso l’uscita e mi sembra un miracolo.
Adesso tocca a me.
Invece no, torna indietro, verso il banco dice qualcosa a Ines, la fioraia.
Lei annuisce e va nel retro, torna, va di nuovo dietro.
Alzo gli occhi.
Quando sei vicino, l’impazienza diventa sempre più forte, chissà perché.
Aspetti un’ora e gli ultimi tre minuti ti sembrano infiniti.
Passa anche l’infinito: il ragazzo, la sua mascherina, il suo mazzo e i surgelati escono, mi sorridono un attimo in più e mi dicono buona giornata, ciao.
Io ricambio, entro, saluto Ines, vorrei abbracciarla da quanto non vedevo l’ora di chiederle i fiori, mi fa un mazzo bellissimo, le prometto che poi passo a trovarla con calma, così chiacchieriamo un po’.
Pago e, prima di farmi uscire, lei mi dice di aspettare un attimo, va sul retro e poi mette sul banco una peonia. Un bocciolo, incartato.
Adesso puoi andare, trattiene una malizia.
Io non capisco, lei fa sì con la testa e gli occhi un po’ furbi, è per te, prendilo e vai che c’è fila, indica la porta con il mento.
Continuo a non capire, ma faccio come mi dice.
Esco, con il mazzo per mia mamma e il mio bocciolo striato di rosa.
Quindi è ufficiale, la mascherina fa sentire i pensieri, altroché.
La fila è aumentata invece che diminuire, la supero un po’ stranita, saluto gli altri che aspettano e mi fermo solo alla ringhiera di casa.
Abbasso la mia protezione, quel profumo lì non posso filtrarlo.
L’attesa non va mai sprecata, dice il quadrato pinzato sulla carta del mio fiore.
E neanche questo sorriso qui.
Penso solo che per fortuna non abbiamo perso proprio tutto, per fortuna che certe cose si scongelano ancora.
Dico grazie, Michele, come se mi sentisse da qui.
Giro le chiavi ed entro in casa.
Mi serve un vaso.

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I corpi celesti hanno gli organi vitali?

Se c’è una cosa di cui subisco da sempre un’attrazione magnetica è il movimento dell’energia.
Cosmica, interiore, termica, empatica, dinamica, va bene tutto.
È come se avessi la necessità di tirare dei fili invisibili che partono da me e si attaccano all’universo e viceversa.
È come se non mi bastasse solo il dentro, o solo il fuori, solo l’adesso, ma mi servisse una proiezione ad anni luce di distanza e avanti e indietro nel tempo, un’interpretazione scientifica e una visione sciamanica. Tutto solo per dimostrare che quello che percepisco è vero ed estremamente reale.

Ho provato più volte e con parole mie a spiegare che i principi della termodinamica codificano lo stesso meccanismo che muove gli abbracci, i corpi che si scambiano calore sono scientifici quanto le relazioni umane, così come questa storia dell’eterno ritorno: è arrivato prima Nietzsche o l’Entanglement quantistico (detto anche fantasmatica azione a distanza)? E poi, lo sapevate che esistono numeri immaginari realissimi? Io l’ho scoperto qualche sera fa.
Allo stesso modo in questi due mesi abbiamo visto muoversi un inconscio collettivo che ci faceva sentire, pensare e proiettare le identiche cose, ciascuno dentro la propria stanza e senza il bisogno di dirselo. Ed è la stessa forza che muove l’eredità psichica con cui riconosco oggi in me le storie e i movimenti interiori di una vecchia zia che non ho mai conosciuto, con un meccanismo identico a quello per cui una figlia di una nipote di un cugino di mio fratello erediterà la forma delle mie labbra dai miei geni sparpagliati tra le generazioni. Fino ad arrivare a questo analista che ha trovato la chiave tra la dimensione interna ed esterna della psiche nella disidentificazione: significa identificarsi con il sé transpersonale, ho un corpo ma non sono il mio corpo, è complesso e naturalissimo, si tratta di un processo  di crescita interiore. Questo invece l’ho scoperto stamattina.
E, in un altro modo ancora, ma sulle stesse corde, ascoltavo ieri le parole dette a inizio anno da questa ragazza che legge il cielo e i movimenti delle costellazioni e che, senza trucco e senza inganno (era gennaio!), aveva restituito un quadro energetico di questo 2020 che ascoltato oggi ci costringe in un silenzio di piombo. Quando si dice è scritto nelle stelle: è un anno che stabilisce irrevocabilmente un prima e un dopo, a livello sociale-mondiale, relazionale-personale e lavorativo-economico, è come se il modello che ha retto le sorti del pianeta fino ad oggi iniziasse a crollare lasciando crisi e i necessari passi di ricostruzione, è l’anno della grande verità in ambito collettivo e interiore, che ci rende responsabili di chi siamo, di come lo facciamo. L’anno che mette in mostra dove siamo mancanti dal piccolo livello alla scala mondiale, perché inizia con uno Stellium nella costellazione del Capricorno e avanza con la congiunzione di Saturno e Plutone.
I giganti del cielo, insomma, tutti incazzati.

Il nostro piccolo interno e l’infinitamente grande si parlano?
Mi sa di sì.
È magia? È stregoneria? C’è una regola matematica a cui affidarsi? Sono diventata matta?
Io non credo.
Mi viene più semplice pensare che leggiamo il cielo come leggiamo una pagina, le righe di una mano o un libretto di istruzioni. Che c’è sempre un motivo per cui certe cose ci si srotolano davanti agli occhi e continuano a succedere imperterrite nei secoli dei secoli.
E mi chiedo come tutto questo possa non nascondere una verità tra le righe.
Una verità ripetibile, sistematizzabile e allo stesso tempo personale, imprevedibile, epica.

Banalizzo, scherzo, romanzo, come mi viene meglio.
Leggo e codifico la poesia nei numeri, nelle frequenze cardiache, dei buchi delle tapparelle.
E non so bene cosa sto cercando di dire, perché nella mia mente è tutto chiaro, ma mettilo in una pagina di un blog il mistero dell’universo.

Però l’altra sera guardavo dentro il buio, cercavo di intercettare il passaggio di quell’asteroide che era chiaro non avrei mai visto a occhio nudo, ma di sicuro si era fatto sentire, a livello energetico, nelle mie azioni e reazioni dei giorni precedenti.
C’era questo corpo celeste enorme, brillante sopra di me, doveva essere Venere, non ci avevo fatto caso prima.
Ma mentre dentro la mia testa pronunciavo le parole corpo celeste, sì, ho iniziato a immaginarlo davvero questo corpo lassù in alto, con un colore tutto suo, avvolgente.
E piano, senza neanche accorgermene, ho iniziato ad applicargli tutti gli arti, superiori e inferiori e poi gli organi vitali, uno alla volta, con rigore e senza metodo, polmoni, fegato, stomaco, encefalo, duodeno, appendice, esofago, bronchi.
Ho iniziato a immaginare come ci si abbraccia tra corpi celesti, se fa freddo o caldo lì dentro, e se anche lassù stanno sperimentando il metro (luce) di distanza in tempi come questi.
I corpi celesti fanno l’amore?
Finché quel corpo lassù, saturo di tutta questa umanità, si è messo a brillare.
Ha fatto proprio uno sberluccichio indimenticabile, che chissenefrega dell’asteroide.

E sì, lo giuro, in mezzo a quel buio io gli ho visto il cuore.

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Sara Shakeel, Glitter Heart

 

 

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Sporcare il silenzio

Non sapevo che il buio
non è nero
che il giorno
non è bianco
che la luce
acceca
e il fermarsi è correre
ancora
di più.
Goliarda Sapienza

 

Ho raccolto questi giorni coltivando silenzio.
Attraverso fasi sempre diverse di cui mi sembra ogni volta di aver trovato la chiave e invece no, appena mi ci abituo cambia qualcosa.
Dentro di me e non solo.

Cambia qualcosa nel modo in cui ciascuno di noi sta vivendo questo momento con se stesso e, attraverso meccanismi misteriosi e un po’ magici, questo modo si espande nella collettività psichica che stiamo condividendo, ciascuno dentro i propri muri.

Muri di case, di pensieri, di cose bloccate che abbiamo lasciato lì, di amori inavvicinabili e fantasmi che escono allo scoperto.

Ogni volta che mi sento sola dentro questo ingranaggio, mi accorgo poco dopo che è esattamente lo stesso condiviso dagli altri e per incantesimo non sono poi così sola.
Fino a ora è andata più o meno così.
Ci siamo trovati spiazzati, abbiamo avuto ansia, ci siamo spaventati e ci siamo sentiti soli, abbiamo pensato al futuro e ci diamo detti che non è adesso il momento di pensarci, abbiamo iniziato a fare ordine, liste, obiettivi, ci siamo videocollegati videochiamati videoamati videosbronzati, ci siamo accelerati, abbiamo impilato libri film progetti da tutti i cassetti, ci siamo illusi di avere il tempo di fare tutto quello che rimandiamo da sempre, poi ci siamo accorti che in quel tempo eravamo inabili, a leggere a pensare a costruire a inventare, ci siamo fermati, ci siamo sentiti frastornati, abbiamo aperto i balconi e acceso le luci, poi le abbiamo spente, abbiamo fatto pace con il fatto che potevamo non fare niente, ci abbiamo preso gusto, abbiamo smesso e basta, ci siamo annoiati e spaventati di più, sempre di più, siamo tornati fragili e romantici, poi ci siamo arrabbiati, ci siamo sentiti più soli e dopo tutto questo abbiamo ricominciato piano, a leggere a pensare a costruire a inventare, a parlare con i muri, con gli animali domestici e con grande fatica anche con lo specchio, a dare nuove scale ai valori e nuovi valori alle scale.

Il tutto con le sirene delle ambulanze come colonna sonora, unico sottofondo dalla strada, il resto sono numeri.
E questo vale per i più fortunati e io mi ci sento, davvero.

Per tutto questo tempo mi sono chiesta: da lì, dal cuore di questo vortice, chi me lo dà il diritto di aggiungere rumore ad altro rumore?
Di sporcare il silenzio in cui sto cercando di cadere da una raffica di giorni di cui ho perso il conto?
Di avere qualcosa di diverso da dire?
Sono come tutti gli altri, sono nella media, sono mediocre e forse non è neanche un male.

Poi mi sono accorta che la differenza, l’unica differenza, tutto questo la faceva per me.
Per tirare i fili dei pensieri stanchi, in evoluzione, speranzosi e disperati che faccio ogni giorno, ogni giorno gli stessi e diversi, in cortocircuito come quelli di tutti, appunto.

Sto ascoltando tanto il silenzio sì, lo sto coltivando come posso, e lì dentro sto provando a capire in cosa credo davvero, cosa mi sono illusa di credere, cosa mi spezza e cosa mi fa sentire al sicuro, sto facendo la conta dei miei fallimenti e me li sto perdonando quando ci riesco, ci rido sopra quando non ho altri strumenti, sto andando a recuperare quella Marta con cui non parlo da tempo, le sto chiedendo onestà e ci sto litigando.
Molto. Ogni volta che non mi sorride e vai a capire che diavolo le passa nella testa.
Sto testando il mio egoismo e il suo spirito di sopravvivenza.

Ho la sensazione che sia iniziata una nuova fase.
Quella in cui ricominciamo a dare le priorità, a capire chi c’è per noi e chi è solo illusione, chi ci sa maneggiare e chi no ma vuole stare, chi potrebbe anche andare, chi è meglio che lo faccia e basta, chi torna e non te lo aspettavi più.
E, in modo reciproco, per chi riusciamo a esserci e di chi ci siamo scordati, per chi troviamo un sorriso, una rassicurazione e uno sconforto condiviso, chi continuiamo a rimandare a domani e chi ci manca che domani non basta, dove buttiamo energie e cosa invece abbiamo buttato e basta. Senza farci troppo caso.
È iniziata la fase più pericolosa, quella in cui pesiamo le relazioni.

Ho provato una cosa del genere una sola volta in modo così lucido ed è stato quella volta che cercavo di sopravvivere al più grande dolore che mi sia capitato.
Il primo, non l’unico.
Era lì, dentro quel dolore, che ho scoperto come si fa pulizia, come tutto succeda in modo naturale e spietato, come impariamo a riconoscere chi sente le cose come noi, chi semplicemente le vive in modi diversi e legittimi anche se più difficili da capire e accettare, e chi non è capace, chi non sente, chi gli fa fatica, chi non gli frega niente.
Ho chiuso tante porte quella volta, in modo inaspettato, ne ho aperte tante altre, sempre quella volta, con le stesse modalità, solo capovolte.
Da delusione a sorpresa.
Ho imparato, demolito e costruito.
Quella volta, ho capito una cosa che adesso avevo dimenticato, come una stupida che si sente troppo al sicuro per rischiare di perdere ancora.
Ho capito che devo smettere di farmi bastare quello che non mi basta.
Perché occupa molto spazio e poi dove le metti le cose vere, quelle che devono restare?

Riavvolgendo il nastro da qui, in questo tempo dilatato sto pensando molto a chi non c’è più.
Alle volte immagino di raccontare questa storia a quei pezzi di me che se ne sono andati, come gli direi di questi giorni, se ne avessi il coraggio. Quali parole userei per spiegargli questo momento così strano e spiazzante che ci sta cadendo addosso e che loro non stanno vivendo, questa situazione fuori da ogni aspettativa di cui è così difficile trovare la giusta versione dei fatti.
Poi penso a come avrei fatto se ci fossero ancora, invece.
Cosa farebbero, direbbero, penserebbero.
A che tipo di paura avrebbero e al modo in cui proverebbero a sedare le mie, di paure.
Se almeno loro ci riuscirebbero.
Se glielo lascerei fare.
Sarei riuscita a parlarci? Me ne sarei presa cura? Mi sarei arrabbiata?
Avrei fatto la lunatica perché tanto finché abbiamo i padri, la libertà, il lavoro, un amore supposto, diamo tutto per scontato e ci dimentichiamo che basta un attimo per perderli?

La risposta non la cerco.
Questa sì che ho paura a sentirla.

E non lo so ancora se sto imparando qualcosa o se lo sto perdendo.
Se sto uscendo allo scoperto o sto scomparendo.
Questo è solo un modo per sporcare il silenzio.
Ma una promessa me la sono fatta e la voglio mantenere.
Da qui, non voglio tornare uguale.

make me think me

Bruce Nauman, Disappearing acts

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gli abbracci, quelli naturali

In questi giorni di silenzio, Laura ha tirato fuori dal cassetto una fotografia che è
ossigeno e magia.

Insieme abbiamo scavato i pensieri e cercato delle parole.
Io ho provato a dirla così, e la ringrazio per avermi rimesso tra le mani un po’ di polvere di scrittura.

natura

credits Laura Brignoli 

 

Sei esplosa dietro un vetro, in questa città affogata di silenzio.
Disincantata e semplice, insegui la logica delle regole naturali.

Quel modo così istintivo che hanno, le cose belle, di giocare.
Quel modo così ostinato che hanno, le cose vere,
di andare avanti senza di noi, continuare, sbocciare.
Primitiva e pungente, fai quello che hai sempre fatto
e ci costringi a guardarlo come fosse strano.

Invece anomali sono solo i nostri giorni che si sciolgono tra i muri, con il calendario che perde il conto e lo specchio delle stagioni capovolto.

Umida e rispettosa, sei uscita struccata.
La luce vibra, ti percorre le braccia e si arrampica lenta, fino al collo, impegnata in un  decoro tribale.
Ti culli lì dentro, con i gomiti che si incastrano nelle scapole,
oscilli su te stessa e ci inventi una ninnananna.

È un flirt magico, è quello delle dee e delle streghe,
è una cantilena dolce che restituisce un nome alla mia mancanza.

È il tuo tempo adesso, non il mio.
Io resto ferma con i piedi appoggiati al pavimento di legno,
a inondarmi di luce verde, bianca e dorata.

Come centinaia di migliaia di finestre mi fermo a consolare
la mia fragilità con la tua alchimia.
Aspettando un nuovo abbraccio.
Con rispetto, ti lascio fare.

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