Terra

Mio padre era un uomo di terra.
Terra che era la sua origine, la sua mitologia, il sudore ogni mattina presto sul trattore, terra la sua canzone e quell’aroma brullo sotto il sole a cui torno ogni estate.
Ho raccolto un catalogo di odori e altri fatti sensoriali che ormai mi basta immaginare per sentirmi lì.

Mio padre era terrone.
Nel senso più vero del termine, quello che contiene le zolle, il sud Italia, la resistenza e tutta una serie di valori che riguardano l’appartenenza, la lealtà, la fatica, la gentilezza degli scambi e la capacità di non farsi calpestare, il sangue che ribolle.
La pasta fatta in casa con il ferro dell’ombrello e la tavola sempre imbandita, anche a pane e cipolla, per chiunque meriti di restare.
Il rispetto, anche, per tutto questo.
Nel senso più romantico e meno patriarcale del termine, pure se sì, sono figlia di un uomo del sud e le mie lotte me lo ricordano bene.
Non è un caso che la leggenda racconti di mia madre, in viaggio verso un’altra terra, un altro uomo, che si ferma una sera per sbaglio e lo trova su quel palco in mezzo alla piccola piazza, lui da solo a recitare O’Zappatore.
Mia madre che si ferma lì e l’altra terra non le interessa più. Resta.

Mio padre era terra anche nel segno zodiacale, materico, testone, duro, di cuore.
Io sono acqua, è per questo che spesso abbiamo fatto fango.
Ci capivamo poco e litigavamo molto, anche se ci amavamo in modo incondizionato, che acqua e terra sono complementari.
Ci parlavamo poco, per fortuna ci siamo scritti delle lettere dove posso tornare.
Apro i cassetti e lui è sempre qui.
Era terra anche nelle metafore, mio padre.
Voleva che mi entrasse nella testa e forse non si era accorto che ce l’avevo già nella carne.
La terra.
Diceva che bisognava aprirla, ribaltarla e affidarle quei semi che ci avrebbero nutrito, che bisognava curarli e avere qualcuno con cui condividerli.
Gli ho sempre creduto, su questa storia del seminare.
L’ho fatto spesso sovrappensiero, ingenuamente, a volte controvento, ma non ho mai smesso, ho capito che è il gesto a contare più del metodo.
L’ho capito ogni volta che non mi sono sentita sola, piegata sotto il sole, a raccogliere.
Ogni volta che una mano che non era la mia portava a casa un pezzo, me lo restituiva.

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Mio padre è tra la terra della sua terra.
Io ci ho messo anni, ma oggi non ci penso più, non con quella disperazione.
Ogni tanto gli parlo attraverso il mio soffitto, o tra gli ulivi del suo sud, ma è solo una scusa per usare la voce.

So che lo ritrovo a ogni stagione di raccolto.
Ogni volta che mi ricordo che è il tempo, e ogni volta che, a sorpresa, apro la porta e ci trovo davanti un cesto pieno di colori terracei che qualcuno ha lasciato lì per me.

Un po’ lo ringrazio e un po’ lo maledico, come è sempre stato.
Per tutto il letame spalato nel mezzo, la merda ingoiata, le erbacce a casaccio e tutto quello che si è seccato invece di germogliare.
Ma, insieme a mio padre, lo diceva anche quello là: che dei diamanti non ce ne facciamo niente, noi fatti così.

Vogliamo i fiori.

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In ordine sparso

orenzo de Rita. Un kit tra castelli in aria, eteronimi e bioluminescenze.

Lorenzo de Rita. Un kit tra castelli in aria, eteronimi e bioluminescenze.

C. Una cosa non facile

Penso spesso alle resistenze.

La resistenza che fa la carta quando la pieghi, la resistenza elettrica che salva la vita, la resistenza partigiana che ha liberato, la resistenza di una pianta quando ci sono parassiti, trombe d’aria e tutti quegli agenti esterni che vorrebbero sabatorla e invece no, lei ha le radici impiantate solide dentro la terra, la resistenza che fa una marcia a entrare se non schiacci bene la frizione.
Le resistenze, quelle che facciamo noi, quando vediamo delle cose belle e le teniamo lontane, smettiamo di sentire, le mettiamo da parte, perché ci spaventa l’idea che se le accogliamo davvero potrebbero poi per qualsiasi motivo andare via e noi impazzire di conseguenza.
Ci riesce così bene, resistere alla felicità, che troviamo un milione di modi per farlo.

Le resistenze, quelle che invece due persone fanno insieme, per salvarle queste cose belle, quando capiscono che sì, si può rompere tutto, ma vale la pena provarci fino in fondo, che c’è qualcosa di raro negli incontri, negli scambi, nell’elettricità che permette a  due particelle di incontrarsi nello spazio/tempo, che è una fatica, un compromesso, come tutto del resto, ma vale la pena, stare lì a vedere quello che succede, darsele tutte queste possibilità, che forse è meglio investire su un amore che su un rimpianto, stare e basta, senza re-, stare senza remore.

E se si fallisce, la verità è che il fallimento è quella parola che contiene l’errore, la rottura delle regole, la mancanza, il cazzo che ogni volta può alzarsi o forse no, ma anche l’imperativo: fallo!
Il fallimento è ogni tentativo che abbiamo fatto. Lo ringrazierò sempre.

Ho pensato agli alibi, agli accanimenti, alla linea che li lega e li separa, agli spietati che salgono su un treno e non ritornano mai più, a questo sentire che non lascia pace, alle ragioni che ti devi fare per forza e poi dare, sempre per forza, che tutto da soli non si può fare.

E allora la resistenza la fai tu. E forse fa la differenza.

F. Una cosa dell’altro mondo
C’era un gioco che facevamo in una vacanza di un po’ di vacanze fa.
Il gioco includeva una serie di domande le cui risposte erano fantasticherie, un gioco che abbiamo fatto tutti in qualche vacanza.

Quale periodo della tua vita rivivresti di continuo?
Lo so!
E lunghi racconti nostalgici e brillantini.

In quale essere vivente ti vorresti reincarnare?
Lo so.
Con riserva ma lo so.

Cosa baratteresti per vivere per sempre?
Io non voglio vivere per sempre.

Dai, non è possibile, tutti vogliamo vivere per sempre.
Vivere per sempre e vederci scorrere davanti agli occhi tutto il resto, e sapere che finirà di continuo e noi no, e farci i conti ogni volta e sapere che ti mancherà, tutto il resto, che poi comincia qualcos’altro che se ne andrà anche lui e invece tu resti ancora, e può cominciare un’altra cosa che poi finisce e tu resti ancora, e via così per sempre che non ti puoi fermare da nessuna parte perché il resto a un certo punto si ferma e tu no, e sei così solo alla fine in questo accumulo di addii?
Io questo processo non lo ripeterei all’infinito, no. Neanche per sogno, io sento troppo, mi basta e avanza così.
Te lo ricordi Highlander? Tutto quel casino, quei secoli, quei duelli per cosa?
Per ottenere di morire. Per poter amare una volta come si deve e vedere di nascosto l’effetto che fa.
Il premio degli immortali è la mortalità.

D. Una cosa assurda
«Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere. È la sopravvivenza che le rende tali, perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro».

La prima volta che ho incontrato “Il danno” di Josephin Hart, mi sono sentita compiaciuta, forte, immortale, sola, compatta. Mi sentivo speciale, per quel danno. Soffrivo, mi struggevo, rompevo di continuo equilibri, bicchieri, storie, parole, ma mi sentivo preziosa. Io, i miei mostri, le inquietudini, posso farne quello che mi pare, nessuno capirà e posso struggermene ancora di più.

Oggi frugo tra le mie cicatrici, tra i danni che sono cresciuti in maniera esponenziale.
Oggi non mi interessa più nuotare nel nero, soddisfatta, tormentata e compiaciuta, giocare con la poesia distorta, sfidare i lati oscuri.
Quel danno oggi è vero, reale, molto più denso.
Ma non è speciale per niente.
Siamo tutti danneggiati e tutti sappiamo che sopravviveremo. Siamo tutti feriti, è quello che decidiamo di farne con quella ferita che fa la differenza.

Oggi voglio la cura.
Voglio prendere la mia ferita e dartela in affido, appoggiarla tra le mani.
Voglio vedere la tua e prendermene cura allo stesso modo.
Voglio farla parlare, ascoltarla, senza pretendere che scompaia, non scomparirà.
Fidarmi del fatto che le rispetteremo a vicenda.
Non vergognarmene più, non compiacermene più.
Condividerla e alleggerirla, anche e soprattutto quando costa molta fatica.
Senza la pretesa di affondare o di salvarsi.
Liberarla e, alle volte, lasciarla fare.
Tanto farà lo stesso, anche senza il mio consenso né il tuo.

Perché sì, non moriremo neanche per questo.
Mal che vada ne guariremo un po’.

G.  Una cosa un po’ delicata
La vedo arrivare dall’altro lato della piazza. La vedo perché il suo corpo asseconda il peso della borsa che si porta sulle spalle, i suoi passi ondeggiano sotto il caldo.
L’estate sta facendo il suo mestiere peggiore.
È vestita come ci si veste per andare a fare la spesa, senza pensarci. Vorrei aiutarla e non so come fare, ad avvicinarmi, sembra lontana anni luce.
Il verde della gonna le si incastra tra le gambe, lei cerca qualcosa nella borsa senza smettere di camminare e non la trova, si sbilancia, resta in piedi.
Le esce un sospiro che mi raggiunge.
Appoggia la borsa e la spesa sulla panchina di legno, cerca ancora tra le cose, si mette una mano tra i capelli e distrugge definitivamente la costellazione che ha raccolto sulla testa.
Le sue mani sono giovani e muovono una sigaretta spenta.
Mentre mi avvicino con la fiamma, incontro i suoi occhi e sono pieni, un’esplosione di vuoto.
Lei neanche mi guarda mentre mi ringrazia.
È altrove e non ha intenzione di tornare.
Faccio dei passi indietro e mi fermo a guardare.
Una donna che muore di mancanza, sulla panchina di una piazza di Milano.

Quella donna sono io.

A. Una cosa simile
I desideri sono quella cosa che ha a che fare con la caduta.
Le stelle cadono per le nostre notti d’agosto, noi cadiamo più e più volte per raggiungere quello che de-sider-iamo.

E non è detto che poi ci riusciamo, non è detto che le ginocchia scorticate facciano davvero la differenza, certe volte stiamo chiedendo la cosa sbagliata alle stelle, bisogna metterselo via che quella cosa non fa per noi.
Forse dobbiamo affezionarci più al processo che al desiderio, alla speranza che ci fa sentire vivi, senza prenderci troppo gusto nel rotolare giù, e avere la capacità di cambiare, quando necessario, la meta.

Sta tutto in quella particella “de”, che definisce la distanza.

Come deludere.
Una delle cose più ingrate che dobbiamo accettare, che abbiamo fatto faremo, abbiamo subito subiremo. Una di quelle lezioni di vita che costano più care di altre.
De-ludere è smettere di giocare, rompere i patti, alle volte bisogna farlo e basta, è mettere in atto il contrario di illudere, e spesso non è un dispetto è maneggiare la realtà.

Poi ci sono le questioni di accenti: ti perdono.
Scegli tu dove metterlo.
Alle volte sai che diventa necessario non perdonare per andare avanti.

B. Un’ultima cosa
Ho sempre creduto all’amore libero.
Con rispetto, ma libero.
Libero che siamo vicini e insieme, ma le tue cose sono sacre, i tuoi spazi interiori, i tuoi viaggi, le tue password e i tuoi cassetti sono tuoi e vanno rispettati, tanto quanto i miei.

Ho sempre desiderato che fosse un espandere, questo amore, non un limitare.
Che non ci fosse cosa più bella.

Ho sempre lasciato libero, chi mi gravitava intorno, di restare o andare.
Anche e spesso andando contro i miei desideri e incontro alle mie delusioni, perdendo battaglie, rinunciando, sperando, pregando il soffitto e piangendo molto.
Ma la tua libertà conta quanto la mia, e se le nostre libertà non coincidono sono catene.
E io posso accettare di essere un casino, troppo o troppo poco, fuori moda o nel posto giusto, posso accettare di essere un pesce, un albero, un filo elettrico.

Ma una catena no.

E. una cosa che si capisce dopo
Sono scesa a patti con il fatto che posso perdere: occasioni, persone, tram, lucidità, tempo, amori.

Sto facendo i conti con gli strappi, con il fatto che la vita strappa e continueremo a dover rifare gli orli. Con il fatto che in certi momenti l’amore conta più di tutto ed è lì che capisci davvero, le decisioni che prendi sono il contachilometri dei nostri cuori, del nostro coraggio, di quanto vale ogni energia che ci scambiamo, di quello che perderemo, e non sempre perdere è questione di distrazione.

Sono scesa a patti con il pensiero che se la resistenza è a senso unico, allora sei libero, vai. Io resisto e non posso fare altro, non dipende da me: la delusione, il fallimento e i desideri li pagheremo comunque. Con il fatto che le ferite hanno un odore molto forte, che lo sentiamo, lo riconosciamo e quando assomiglia al nostro lo scegliamo.
Poi non sempre riusciamo, ma voglio continuare pensare che ognuno di noi faccia il meglio che può.

Sto facendo i conti con le assenze, che sono una cosa diversa dalle mancanze.
Assenza è quella che circoscrive chi decide di non esserci, chi non può più farlo, non c’è più, è definitiva, l’assenza, e di solito ha a che fare con la perdita.
Mancanza è quella che ha a che fare con la nostalgia, è uno spazio vuoto che riempi di pensieri, in cui puoi sperare ancora, sentire tristezza e ricordare sorrisi, mancanza è quel luogo in cui ci si ritrova e ci si riperde. Fino a prova contraria.
Non c’è amore senza mancanza, diceva un tizio importante.
Oggi le mancanze non mancano più, dice oggi un’altra che non so se sarà importante.
Forse dicono la stessa cosa, se quello che è finito da qualche parte è l’amore.
Io so solo che se con le assenze non posso farci niente, con le mancanze ci farò i conti finché non ci avrò fatto pace.

Sono scesa a patti con il fatto che sono viva e perdere pezzi di continuo mi fa pensare che devo rimanerlo cercando di perderne il meno possibile, di pezzi, che la leggerezza ha un peso specifico e merita di tornare a galla, che il tempo finisce e bisogna alzare il culo, smetterla di incagliarsi, che bisogna respirare, tanto e soprattutto in modo regolare, altrimenti l’iperventilazione è dietro l’angolo e non c’è sacchetto di plastica in cui soffiare che tenga.

Sto facendo i conti con le cose finiscono, con l’amore che finisce, o non nasce proprio, o certe volte resta lì, sospeso per qualcosa che non capiremo mai.
E sì, togliersi l’amore quando ci si è fatti solo bene ha un prezzo diverso da pagare, non saprai mai se hai sbagliato tutto o ti sei salvato la vita in tempo.
Però penso che ci sia solo un livido che è ammesso in amore e non è certo quello che se lo schiacci ti rompe il cuore.
E sto facendo i conti con il fatto che forse sono più brava ad amare in assenza che in presenza.
Scrivo scrivo e poi non so vivere.

Però ho capito che è la fine che ci fa piangere, non l’amore.
La fine arriva, l’amore resta.
In un modo tutto suo, ma resta.

Per me la fisica è sempre stata molto romantica, dicevo: siamo solo due particelle che si sono contaminate per sempre una dell’altra e che adesso sono state riassorbite dal caos. E non so se ci incontreremo di nuovo su quella retta che tende all’infinito, quella retta che cercavo in fondo a via Bramante quando mi facevi strizzare un occhio per spiegarmi che il punto là in fondo era uno solo.
Non lo so: se serve l’immortalità per farlo allora io non potrò.
Non la scelgo neanche nelle fantasticherie, l’immortalità.

Un’altra versione dei fatti? Due rette che si incontrano all’infinito è il modo più stupido che abbiamo di stare separati.

H. Una cosa da non sottovalutare.
Ci ho messo sei mesi a raccogliere queste cose.
E ancora non sono certa che siano quelle giuste.

Adesso però butto due cose in valigia e vado in vacanza.
Torno a casa.

 

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UNO DUE

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Il generale vive tra le case del cortile giallo.
Uno o due piani più su di me, non sono ancora riuscita a collocarlo dietro una porta precisa, ma spesso dalla finestra sento la sua voce.
Ci ho messo un po’ a capire cosa dicesse, le prime volte mi sembrava che quel suono che mi entrava in casa fosse un orgasmo un po’ soffocato dal caldo di luglio.
Invece conta, il generale, UNO DUE UNO DUE, marcia UNO DUE.
L’ho capito quando ci siamo finalmente incontrati sulle scale, io e quella voce, io scendevo di corsa e lui era seduto di spalle sui gradini.
È stato così che ho scoperto che dietro quella marcia c’è un uomo vecchissimo, antico, che si guarda intorno come se avesse perso qualcosa e per non perdere qualcos’altro conta UNO DUE UNO DUE.
Però mi aveva sorriso, aveva girato un poco la testa verso di me senza smettere di contare e aveva una fierezza e una tenerezza indicibile, dietro la barba sfatta e gli occhi liquidi.
Ci siamo incontrati altre volte, io e il generale, e queste altre volte lui ha smesso di contare, mi guardava un po’ a metà mentre scendevo le scale e a forza di sorrisi mi sono conquistata il suo “Buongiorno bella” tra gli UNO DUE.

Anche oggi l’ho incontrato, il generale.
Due volte.
La prima era stamattina, io salivo le scale e lui era di profilo, stava rovistando tra i bidoni della plastica nel sottoscala, UNO DUE. Gli ho detto un buongiorno un po’ urlato, per farmi sentire, e ho pensato davvero che avesse perso qualcosa, qualcosa che con la plastica non c’entrava proprio niente.
Gli ho chiesto se avesse bisogno, ma lui mi ha risposto UNO DUE “Buongiorno bella” guardando le bottiglie accartocciate e si è dimenticato di me.
La seconda volta ero anche un po’ di corsa che le mattine ci metti un attimo a perderle e sei già in ritardo.
Io scendevo e lui saliva,
Il primo dei nostri incontri in cui l’ho visto in faccia del tutto.
Il generale ha smesso di contare, ha fatto tutti i gradini guardandomi dritta, ha trattenuto gli UNO DUE e mi ha detto “ha fatto bene a fermarsi”.
“Ci mancherebbe” gli ho risposto io pensando si riferisse alla gentilezza di far salire prima lui, che ci mancherebbe, generale.
“Dovevo proprio guardarla come si deve” ha continuato e io gli ho sorriso come faccio sempre e stavo per scendere ma lui si è fermato di nuovo “ha fatto bene sa”.
“Ci mancherebbe” ho detto di nuovo io, ci mancherebbe davvero che non sale prima lei, generale, ho ripetuto in testa con una specie di dolcezza vicina a tutti gli altri generali della mia vita.
“Perché lei è proprio bella sa”.
“Grazie “ dico grazie, ne avevo bisogno e cerco di capire cosa guarda.
Guarda me e sorride, io mi dimentico che sono in ritardo.
“Lei è bella davvero signorina ed è un dovere dirglielo”.
L’ha ripetuto senza smettere di guardare me, gli occhi erano lucidi davvero, e allora ho fatto l’ultimo sorriso “lei è davvero un gentiluomo”.
L’ho detto prima di cominciare a frignare e sono corsa giù per le scale gialle e scrostate come questi giorni, contando UNO DUE.

[La parola del giorno è Invaghire in-va-ghì-re (io in-va-ghì-sco)
SIGN Far nascere in qualcuno un sentimento d’amore, attrarre
composto parasintetico di vago, dal latino vagus, con prefisso in- ‘dentro’.]

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Il posto

Sul mio balcone è comparso un giardino.
L’hanno piantato le mani sicure di chi non si stanca di ricordarmi che merito bellezza.

Quando abbiamo tolgo le dita dalla terra, ho sdraiato un cuscino tra le mattonelle, ho appoggiato la schiena al muro rosso.
Era sera anche se il cielo non voleva ancora ammetterlo.
Tra il gelsomino e l’ortensia, i miei occhi liberavano rabbia come una grondaia, mentre tu mi lasciavi fare, riempiendo il silenzio di lealtà, e la luce si arrendeva finalmente al blunotte.
È stato in quel momento che il mio giardino è diventato il posto.
Il posto per piangere, per respirare, per accendere candele e fissare i giochi di luce sul bambù.
Il posto per preferire le finestre agli specchi.
Il posto per apparecchiare un tavolino minuscolo e fumare così tante sigarette filate da voler smettere.
Il posto per sbirciare tra le tende degli altri e far scorrere i fantasmi.
Il posto per versare birra, per collezionare parole giuste e pensieri sbagliati, per cercare l’odore soffritto di cipolla fino a sentire di nuovo fame.
Il posto per far dormire i gatti al sole e per far ridere di gusto il fenicottero rosa.
Il posto per raccontare storie a chi non c’è più e sperare in quelle che arriveranno, il posto per condividerle.
Il posto per sciogliere i capelli e per disfare tutti i nodi, il posto per esprimere desideri guardando molto in alto con una canzone in testa.
Il posto per il caffè della mattina presto, per uscire dai sogni, il posto per decidere di rimettere lo smalto rosso.
Il posto per pestare i piedi e per fare pace, per scoprire le gambe e per sapere a cosa servono le radici.
Il posto per dare al buio tutti i baci che bisogna dare, per ricordare che è un’altra estate, per avere ed essere cura, per programmare un nuovo viaggio.
Il posto per aspettare, per credere ancora che l’amore torna anche se a volte deve cambiare faccia, il posto per scomparire e per sorprendersi a ridere.
Il posto per tornare, prima di tutto, da me.
Il posto dove piangere sì, e il posto dove smettere di farlo.

Il posto in cui sarò, in ogni caso, ogni volta che vorrò sapere dove sono.
Tra il gelsomino e l’ortensia, al primo piano, nel mio giardino.

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Enrica Tesio e Giulia Richetta, da Filastorta d’amore

 

 

 

 

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Maggio, cor-aggio.

In questo maggio ho scavato la parola coraggio.
Senza rime, ma con le unghie, i fantasmi, gli occhi struccati e i passi indietro.
Con le guide disperate, i corridoi verdi e le cattive notizie che da qualche parte lo sai già il rumore sordo che fanno.
L’ho rovistato e ribaltato e, sì, dentro alla parola coraggio ci ho trovato la parola cuore.
Il mio. Che esiste e si fa sentire. Che mi ha insegnato che avere paura non fa poi così tanta paura.
E quello delle persone che il coraggio lo dividono con me da sempre.
In questo maggio e in qualsiasi ricordo che ci sia rimasto.
Negli inferni e nelle domeniche spensierate.
I nostri cuori allineati al fronte.

Sono fatta di inverno, i miei uomini, invece, sono fatti di maggio.
Tirano i miei fili rossi, ricamano, strappano, insegnano vita.

E oggi è il giorno di maggio in cui i miei padri nascono e muoiono, si incontrano sulla linea del cuore e mi ricordano ancora una volta qual è l’unica cosa importante.
Il coraggio, con tutte le parole e i significati che contiene.
E tutti noi.
Sorelle, fratelli, madri, con le mani intrecciate.
Noi che questo coraggio lo dividiamo in parti uguali, perché abbiamo lo stesso cuore.
E non è solo una questione genetica.

Maggio è il mese delle rose. Oggi nere. Ma sempre rose.

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Jannis Kounellis, Rosa nera, 1964

 

 

 

 

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Torno sempre a te / in questi giorni inquieti / torno sempre a te

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
(Italo Calvino)

 

Di questo novembre fuoriluogo vuoi dimenticare tutto.

Conti i minuti guardando il soffitto, sotto i tuoi piedi si aprono botole senza fondo e un gatto nero, di notte, riempie gli abbracci che qualcun altro ha svuotato.
Per distrarti, mangi fiori gialli che arrivano dall’Africa, fai conversazione con il lampadario e ci soffi sopra fingendo di credere ancora ai desideri.
Sai che la tecnica dei pesci rossi non funziona a comando, elimina quello che vuole lei, la memoria, mai quello che le chiedi tu.

Sotto i tuoi occhi sfilano gli ultimi padri, gli uomini che pensavi ti avrebbero amata, i compagni fedeli delle tue passeggiate immaginarie.
Se li porta via l’inverno, uno per uno, lasciando solo freddo dentro un aprile da scordare.

L’unica cosa che senti è la paura, non sai più da dove viene, ma cerchi di darle una forma e incastrarla sotto il cuscino del divano, a non fare troppo rumore.

Chiudi gli occhi, li stringi forte e cerchi di tornare lì.
Quando nella testa ti ballavano fantasmi simili a questi di oggi e lui, nonostante i tuoi calci, si era sdraiato accanto a te in quel lettino stretto, ti girava i capelli dietro le orecchie con le carezze di quando eri bambina.
Non avevi parole, ma ti ascoltava.
Non ti capiva, ma ti stringeva.
Ti spiegava che i terremoti hanno a che fare con i cambiamenti e tu guardavi solo le macerie.
Le stesse che guardi oggi, dopo aver cambiato un milione di occhi.

Raccogli i fantasmi, li chiami per nome, vi conoscete da anni.
Se è il loro tempo sai che devi lasciarli fare.
In silenzio, ascolti tutto quello che ti manca e lo maledici.
Tra le cose del letto, nei giorni di pioggia. Tra i fili d’erba di un parco qualsiasi, nei giorni di sole.
Ti ripeterai che devi lasciarti stare, fino a che non lo capirai.
Che è inutile inseguirle, le cose importanti, se poi possono prendere e andarsene verso un altro odore quando pare a loro.
Poi tornerai qui, a guardare chi c’è invece che rincorrere chi va.
Per motivi più o meno leciti, chi va.

Lo sai cos’è l’amore? – te lo aveva detto prima di andare, per motivi leciti.
Stare lì, sul bordo dell’inferno, stretti, a resistere anche quando fa schifo.
Soprattutto quando fa schifo.
La circonferenza degli inferni la detta chi resta qui dentro, chi ci fa spazio tra i propri demoni, chi li spartisce con noi.
L’inferno finisce solo quando lo si divide a metà.

Allora tu resisti.
Sai che troverai le parole, quelle indelebili, perché vuoi essere letta anche al buio.
Da qualcuno che resta.
Anche tra le macerie.
Stringi i pugni, torni al soffitto.
E li lasci ballare.

abbaglio

 

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Lasciarsi andare

C’era una riva, le onde, un cielo arrabbiato e per niente stanco.
Ero seduta sulla sabbia, l’umido in briciole mi attraversava il maglione, le scarpe, il torace e tutto quello che contiene.
C’era una persona nuova, accogliente e fresca che lasciava scorrere tutto questo, e anche il vino che avevamo in corpo, sdraiata vicino a me al confine con il sonno.

C’era un set cinematografico, un campo lungo ben immaginato, frame visti e rivisti ogni volta che ho avuto bisogno di ricordare che l’amore non muore mai.

Il vento mi tagliava la faccia con la salsedine, l’odore di sale la accarezzava, e nei miei occhi luccicavano risacche di acqua salata.
Io li lasciavo bisticciare cercando di confondere le fonti saline.
Mi sentivo antica, stanca, svuotata.

Il letto è comparso da solo.

C’erano loro due, Clementine e Joel, mentre il mare si incazzava sempre di più e Anna dormiva.
E avrei dormito anche io, abbracciata in mezzo a quel tormento, dentro quello spettacolo che è il mare quando finisce l’inverno.
Invece ero molto sveglia e no, non avevo i capelli rosso fuoco. Ero sola, seduta sulla sabbia umida.

Lasciavo scorrere i minuti dentro il mare, con gli occhi chiusi, pensavo, come un ritornello, a quanto sia crudele Lasciarsi andare.
Crudele questo verso che si rivolta su se stesso e non dà scampo.
Se non ci lasciamo andare, non ci abbandoniamo fino in fondo a qualcosa, poi quel qualcosa dobbiamo lasciarlo andare, abbandonarlo, farlo scorrere via.

Lasciarsi andare.

Sarei andata da quei due, dentro il letto immaginario.
Avrei tirato i capelli rossi di lei, avrei pizzicato forte gli zigomi alti di lui, gli avrei detto di smetterla, che era solo un film.
Gli avrei urlato: sveglia ragazzi, non siete più speciali degli altri, lo sapete anche voi che prima o poi bisogna farlo.
Lasciarsi andare.
Che il prima detta il poi e viceversa.

Ma sono stata zitta, dentro questa piccola visione.
Erano così belli, mentre si svegliavano dove non sapevano di essere, dopo essersi amati e cancellati a vicenda e ritrovati chissà come, in un letto al confine con le onde, sotto un cielo di piombo e una coperta a quadri.

Ho aperto il mio quaderno rosso.
Ho scritto:

Ci siamo così abituati a perdere
che lasciamo andare
senza dire
senza capire
senza lottare.

Difenderei tutto di te
tranne la posizione
di non volermi accanto.

Continuerò a innamorarmi
e ad avere paura.
A calpestare la paura
e fare atti di coraggio.
A maledire il coraggio
e pensare che era meglio stare fermi.

Continuerò a muovermi.
Continuerò a sbagliare.
Continuerò a vedere le cose che non ci sono.

E a scrivere.
Continerò a scrivere.

Ho scattatato una fotografia e ho pensato che dovevo lasciarli in pace, quei due nella mia testa, che andava bene così.
Che chi sa vedere un letto in riva al mare lo sa.
Che alle volte basta dimenticarsi di tutto per imparare a guardarsi di nuovo.
E a capire in quale direzione del lasciarsi andare mollare gli ormeggi.

Magari era lì, proprio in quel letto, che Clem e Joel stavano decidendo come prendere il verso.
Magari era dentro quel letto che lo stavano capovolgendo.

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Clementine: Joel! E se tu rimanessi stavolta?
Joel: Se ne sono andati via tutti, non c’è più nessun ricordo.
Clementine: Almeno torna indietro e inventati un addio, facciamo finta che ci sia stato. Addio Joel.
Joel: Ti amo.
Clementine: Ci vediamo a Montauk.

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