abbarbicare

c’è un parola che mi gira in testa da stamattina.
ho bevuto tre caffè, finito un libro bellissimo e agghiacciante, fatto la doccia e cambiato due vestiti prima di prepararmi per uscire.
eppure continuava a tornare.

abbarbicare.

ripetuta anche ad alta voce, mi suonava come qualcosa di nascosto, difficile, impenetrabile.
poi l’ho guardata meglio.

[ab-bar-bi-cà-re (io ab-bàr-bi-co)]

è qualcosa che c’entra con il mettere radici, attaccarsi, stabilirsi in un luogo arrampicandocisi sopra.
significa decidere una cosa e volerla al punto da farla diventare casa.
come le piante che tendono verso l’alto, salgono, salgono e stringono finché non si sono prese il muro, ostinate fino al loro spazio meritato, l’aria, il cuore.

ho fatto salire un altro caffè e alla fine l’ho ascoltata meglio.

abbarbicare.

c’era dentro la barba.
in quella parola c’era, prima di tutto, la barba.
che, sì, è quella cosa che ad alcuni cresce sulle guance, si espande, si radica e devi decidere di toglierti, se la vuoi togliere, ma continuerà a spuntarti tra il naso e la bocca.
come le parole.
ma è la stessa cosa in cui puoi nasconderti, o aggrapparti, o torturare con le dita quando sei nervoso.
un posto intimo e inespugnabile.
come il silenzio.

e allora che sia un marinaio, babbo natale, mago merlino, gesù o un hipster, non importa.
uomini o donne che siate spero abbiate una barba su cui arrampicarvi, su cui mettere radici, spero abbiate una barba da non abbandonare.
e spero sia una barba difficile in cui aggrovigliarvi, una barba piena di nodi per non annoiarvi mai.
una barba da scegliere per nascondervi.
una barba di cui fidarvi.
una barba da difendere con le unghie e con i denti.
una barba che ne valga la pena.
la auguro a chiunque sulla faccia della terra.
tenetevela stretta, la barba che avete.

nel frattempo, io ho passato una giornata intera, ho chiesto altri caffé, fatto il mio lavoro e bevuto un certo numero di  birre.
e ancora ci penso.
a quanto mi piaccia passare una giornata con una parola abbarbicata in testa.

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Antonio Bonanno

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fatti (non metafore)

il fatto è che questa volta abbiamo fatto tutte le cose per bene.
il fatto è che la mattina di natale mi sono seduta col mio caffè e ho cominciato a scrivere messaggi di auguri, un messaggio diverso per ognuno di quegli auguri a cui ho scelto di fare invia.
il fatto è che erano almeno sei, sette natali che neanche mi passava per la mente di augurare un bel niente a nessuno.
il fatto è che ho scelto pochi regali, ma tutti giusti, per le persone giuste.
il fatto è che ho fatto anche una foto scema e l’ho mandata al mondo, sì. ridendo.
il fatto è che se un giorno il mio treno dovesse esplodere davvero sono certa di avere qualcuno che saprebbe finire la mia storia come la finirei io.*
il fatto è che abbiamo fatto la spesa in un supermercato vuoto, preparato le lenticchie e tutta una cena vera, incluso il panettone che non abbiamo neanche contemplato.
il fatto è che abbiamo rovistato il fondo dei nostri cassetti per ritrovare un diavolo di paio di slip rossi, con il pizzo. e c’erano.
il fatto è che abbiamo bevuto due bottiglie di vino ricordando tutte le occasioni che siamo riuscite a perdere. bucintoro incluso.
il fatto è che siamo riuscite a restituire un ordine temporale a ricordi che neanche ricordavamo più di avere.
il fatto è che però ci siamo dimenticate di ricordare anche tutte le occasioni che abbiamo spolpato, divorato e così via, e che sono molte più di quelle di cui sopra.
il fatto è che forse dovevamo davvero infiltrarci a quella cena, ma le nostre focaccine erano senza dubbio più buone. e anche, senza dubbio, se abbiamo dato un certo posto a certe cose, beh forse semplicemente quello è il posto in cui devono stare.
il fatto è che abbiamo stappato il nostro spumante urlando vaffanculo fortissimo e che i tuoi occhi brillavano più delle nostre stelline. che ti hanno fatta felice, quelle stelline sì. anche quando si sono spente prima del tempo.
il fatto è che su quella bottiglia c’era scritto Nino e che il 18, per me, è un numero importantissimo.
il fatto è che abbiamo dato fuoco alla nostra lanterna cinese, ma abbiamo espresso il nostro desiderio abbracciandoci fortissimo. più fortissimo del vaffanculo.
il fatto è che l’abbiamo riformulato, il nostro desiderio.
e anche il fatto è che non ti ho detto da dove veniva quella lanterna e perché l’avevo comprata, ma devo ammetterti adesso che vederla spegnersi sul tetto sotto di noi per me è stata una conferma.
il fatto è che ci siamo addormentate presto e brille, ma stavolta abbiamo fatto tutte le cose per bene.

e stamattina, mentre tu passeggiavi con il nostro bestione nel freddo, io sono uscita sul balcone e sono andata a salutare le rose di Sergio.
il fatto è che erano belle come me le ricordavo. coraggiose e resistenti come me le ricordavo.
il fatto è che mentre le guardavo mi sono sentita improvvisamente svuotata, triste il giusto, ma mi sono sentita finalmente libera.
il fatto è che non mi importa più come va a finire.
il fatto che mi importa è che stiamo facendo davvero tutte le cose per bene.
e il fatto vero più di tutti i fatti è che le rose di Sergio lo sanno.

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*p.s. la scena finale però è già scritta, la devi solo sistemare. è sempre in quella cartellina #dicembre e si chiama fine, appunto.

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buonnatale, fanne quello che vuoi.

manca un giorno, l’inverno è ufficialmente inverno e i conti saltano sul tavolo da soli mentre restituisco alla mia stanchezza l’ovatta che si merita.
eppure quest’anno il freddo è meno freddo.
mi tocco le dita, le orecchie, la punta del naso e quasi non ci credo.
che non ci sia più quel gelo spaccaossa.
che da questo divano io possa vedere il mio barattolo pieno di lucine invece che i fantasmi che pestano i piedi.
la tranquillità al posto della tristezza inconsolabile.
un arcobaleno che al mio comando prende forma sul muro bianco.

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Le invenzioni antifreddo di Stína – Lani Yamamoto

lo sai anche tu come funziona con le assenze, che lasciano la circonferenza tagliata dentro l’aria delle stanze.
non ci credevo eppure poi impari a scardinarle.
ad arrenderti alla vita che continua, alle mancanze che si dissolvono e diventano sottofondo, ai piccoli segnali che il mondo che resta ti infiocchetta sotto l’albero.
impari a lasciare andare qualcosa che non può restare, a vedere qualcos’altro che si appoggia ai vetri della tua finestra senza appannarla.
impari a farlo entrare piano, senza fretta.

questo natale mi sono fatta un regalo.
il regalo che mi sono fatta è mollare le resistenze e accettare quello che sento per quello che è.
per quello che sono oggi.

con naturalezza e senza vergogna.

lascio scendere il bianco sul nero che ho sparso sulla mia strada e calpestato fino a oggi.
non mi arrabbio più.
per chi non c’è e non torna.
per chi potrebbe esserci e non c’è.
per chi vorrebbe esserci e non può.

non mi immagino più in nessun posto diverso da quello in cui sono nel momento in cui sono.
ho aperto la porta per provare a stare qui, nella realtà.
per non inciampare nei passi troppo lunghi, per dare fiducia alla concretezza, per saper dire no, per imparare a chiedere.
e a proteggermi.
se n’è andato anche saturno, per sicurezza.

adesso sì, adesso posso abbassare la guardia.
posso tornare a credere alla solidità, la mia.
so quello che posso io adesso.
posso accettarlo e non smettere di farmi sorridere.
non ti prometto che durerà per sempre, ma che voglio provare a farlo resistere, questo sì.

per favore non ti chiedere se ci sei tra queste righe, perché io non lo so. ma spero troveremo un posto dove farti stare in quelle che arriveranno.

quindi buonnatale.
ti voglio bene, fanne quello che vuoi.
e tu, tu fai quello che riesci.

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Le invenzioni antifreddo di Stína – Lani Yamamoto

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Le cose (ovvero il gioco del silenzio)

Sono tante le cose che non sai di me.
Ad esempio non sai che quando ero bambina andavo a pescare. Mio zio mi caricava sulla panda 4×4 con gli scarponcini già fatti di fango dalla volta prima e mi parlava di cucchiaini. Io mi immaginavo quelli dello yogurt e rimanevo sempre felice quando scoprivo che, invece, quegli affari da legare alla canna erano come degli orecchini pendenti e per di più cangianti. Li buttavo nel laghetto tra le montagne e mi dimenticavo anche di quanta impressione mi facessero le uova di rana, a nidi, nell’acqua bassa della riva. Mi piaceva veder guizzare di rosa e verde e oro questi oggetti magici. Vibravano nell’aria prima di affondare giù e sperare di essere afferrati. Non mi piaceva per niente, invece, quando venivano afferrati sul serio e dopo aver girato il mulinello come pazzi, aver preso il retino e tutto, lo zio si avvicinava con il bastone alla testa del pesce e fine.

Avevo anche una tartaruga. Ce l’aveva mio fratello per la verità, a me non piaceva granchè, perché quando l’abbiamo trovata era poco più  grande di una noce e in sei mesi era diventata una mattonella. Scappava sempre dalla vasca e ogni volta rischiavo di calpestarla tra il disordine sparpagliato sul parquet della mia camera. Non lo so se è ancora viva, Clorofilla. Un giorno abbiamo dovuto portarla via da casa e nessuno di noi ha mai più chiesto a chi ce l’ha come sta.

Non sai neanche che ho deciso di trasferirmi a Venezia mentre guardavo la mostra di Andres Serrano. Me l’aveva regalata Giacomo perché ero finita nel suo ufficio all’ultimo piano con il prurito agli occhi e continuavo a girare sulla sua sedia girevole, triste e indemoniata insieme. Lui mi ha portata a vedere quelle foto durissime, ha deciso che non le avrebbe usate per la prossima copertina che doveva fare per mondadori e poi, davanti al Cristo nel piscio, mi ha detto: vai e diventa brava. E io sono andata.

Una volta eravamo in giro in camper. Io stavo in mansarda perché mi piaceva da matti viaggiare sdraiata e vedere la strada dall’alto. Faceva caldo, eravamo in autostrada e io ho aperto l’oblò: ho girato la prima maniglia, poi la seconda, poi la terza. Volevo un filo di vento in faccia. Il finestrino è schizzato via, ha rimbalzato sull’asfalto ed è sparito puff.
Le ho prese, sì.

C’è una persona a cui voglio molto bene, una persona che per me è casa. Quando ci siamo separati, ha promesso di mandarmi un bacio al giorno per un anno. E l’ha fatto. Per un anno. Con le onomatopee e tutto.

Non sai che la tua foto è nel cassetto. L’ho messa a faccia in giù, a guardare i biglietti di auguri che ho collezionato negli anni, i bottoni di ricambio che non userò mai anche se i bottoni ufficiali dovessero saltare, e gli scontrini delle cose che mi vergogno di aver comprato e penso che un giorno indefinito restituirò. C’è anche il santino di San Nicola di Bari, là in mezzo, che mia zia diceva facesse miracoli. È a faccia in giù anche lui, così non mi arrabbio più.

Ah, e un’altra volta ho fatto la pipì addosso a mia cugina. Mica apposta eh. Ma avevo cinque anni, dormivamo testapiedi nel letto a castello a casa dei nonni e io quella notte, me lo ricordo ancora, ho sognato che mi scappava fortissimo. Ho sognato anche che mi alzavo, scendevo la scaletta del letto a castello, arrivavo in bagno, mi sedevo sulla tazza e tutto. E invece!

Anni fa, piuttosto, mi sono innamorata secca dell’insegnante di nuoto di Riky. Era un buzzurro di periferia, ma aveva due spalle così e gli occhi verdi, mi piaceva un casino guardarlo da dietro il vetro con le gocce tra l’umidità e l’odore di cloro. Alla fine gli ho scritto una lettera, ho cercato l’indirizzo (viveva nelle campagne!) e gliel’ho spedita. Una lettera divertente eh. Lui mi ha mandato dei messaggini carini, voleva vedermi. Allora gli ho detto che ero quella con il cappotto rosa fragola dietro il vetro. E niente, non l’ho sentito più. Maledetto rosa fragola.

Una volta ho investito un tizio dal benzinaio. Erano i primi mesi di patente e mio padre mi aveva dato una macchina più grande delle mie abilità di guida. Io sono entrata lenta e tremolante dal benzinaio e, mentre mi avvicinavo alla pompa, ho sbagliato piede e ho schiacciato l’acceleratore invece che il freno. Ho camminato con tutto lo pneumatico sul piede del tizio che stava finendo di fare le sue cose con la sua benzina.
Lui non si è fatto quasi niente, ma io non ho voluto più guidare per mesi. Alice mi portava i baci perugina per dirmi che non dovevo scoraggiarmi e soprattutto dovevo tornare a prenderla a casa in macchina, ma niente. Ci ho messo altri mesi.

Ad esempio non sai che quando avevo quindici anni ho rinunciato a un ragazzo che mi piaceva tantissimo perché piaceva tantissimo anche alla mia amica del cuore. Quella mia amica del cuore che, dieci anni dopo, ha sposato il ragazzo di cui sono stata più innamorata al mondo. Era un altro ragazzo, sì.

E anche che da piccola, quando d’estate eravamo tutti al paesello, io e miei cugini mettevamo la sveglia alle cinque del mattino, ci vestivamo e uscivamo nella luce che iniziava. Passavamo davanti al forno che espandeva il profumo del pane per tutti i vicoli e le pietre, ci compravamo una rosetta a testa, ancora bollente, poi ci perdevamo nelle campagne. Dicevamo che andavamo a correre, ma in verità cercavamo solo un posto incredibile per mangiarci quel pane che continuava a profumare per ore. E lo trovavamo sempre.

Ua notte d’inverno sono scappata a Roma. Venezia stringeva tantissimo e non sapevo più come girarmi nel letto. Fuori non era ancora mattina, mi sono messa il mio maglione a tappeto, il berretto fino sopra gli occhi, ho lasciato un biglietto sulla porta e sono andata in stazione. Laura l’ho chiamata direttamente dal treno. Non mi ricordo niente di quei giorni. So solo che la mia amica era lì, a raccogliermi in stazione Termini senza chiedere nulla.

Ho anche una scatola dei ricordi. Per anni ci ho messo dentro tutto quello che non volevo passasse. C’è anche la maglia del Napoli (di Schwoch), i messaggi scritti sui Tempo che gli amici di Gioi mi lasciavano sul parabrezza la notte prima che partissi, la cicca che masticavo quando ho dato il primo bacio (che schifo!), i braccialetti dei desideri con tutti i desideri, la trecciolina di quando avevo tutta la testa di treccioline, il poster del Corvo tutto piegato per stare nella scatola.
So tutto quello che c’è dentro, solo che non la apro più.

Non sai che ho appeso tre nuovi quadri in camera, che ho girato la scrivania, comprato un pouf di maglia, spanato la billy e regalato all’amsa il tappeto verde.

C’è un’altra cosa che non sai di me.
Ed è che alcune le sere apro quella finestra, ci metto il naso dentro.
Cerco di capire dove sei.
Poi la richiudo. Con il dito scorrevole e gli occhi infreddoliti.
Sapendo che non ti chiamerò.
Non tocca a me.

Virginia Mori, Il gioco del silenzio
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Soluzioni per quando fa freddo

Incastrarsi.
Con la gola in un gomito.
Le vertebre sulla pancia.
Le ginocchia acute, dentro le ginocchia.
Le ciglia che si baciano forte.
E un respiro rotondo nell’orecchio.

Dormire.

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Agustin Olavarria – Pensamenti

 

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(Sotto)categorie

C’è un posto dove vado ogni volta.
Un posto dove mi piace finire quando non so proprio dove sarei finita altrimenti. Un posto che abito da anni, che mi metto addosso come un vestito normale, con il mio odore, quello del mio armadio, di tutte le mie robe sparpagliate in giro.
È un posto che arriva da solo, come sentisse una chiamata s.o.s., vedesse i lanciarazzi sul mare e tutto il resto.
Mi avvolge e mi porta via.
Lì dentro ritorno me stessa, mi concedo di maltrattarmi.
È un vizio che non riesco a perdere.
Lì dentro posso cullarmi della vita che non va come la volevo, di quello che vorrei e invece niente, di quello che mi sfianca.
Lì dentro, mi sfianco.
Spolpo le ossa della mia autostima, mi faccio male, me ne compiaccio, inchini applausi e feste al nero.

Questo è il posto, dentro di me, dove vado ogni volta.

Ogni volta che non mi perdono di essere solo normale, o di non esserlo abbastanza, ogni volta che sento il bisogno di classificarmi, come se potessero esistere della categorie umane giuste e io fossi certa di appartenere alle altre.
Le vedo bene, le categorie umane, da dietro il vetro del mio baracchino Actv.
Basta uno sguardo per capire chi sono le persone che ti troverai di fronte per quel biglietto del vaporetto.
Basta guardare come sono vestiti, la grandezza della loro valigia, come stanno in fila, se sono ordinati o cercano di scavalcare, se ti guardano in faccia mentre ti chiedono il biglietto, se si ricordano di dirti buongiorno e grazie, alla fine.

Così ci sono quelli sanno prendersi la felicità. Quelli che ci sono nati, con la felicità, o con il potere innato di riconoscerla e fermarsi lì. Convincerla a bere vino a tavola con loro, ingoiando chiacchiere spensierate.
Loro sono bravi a passare sulle cose che a me sembrano macigni. Certo, a volte passano sull’infelicità degli altri con lo sciacciasassi, ma lo scopo è nobile. Sono quelli che a volte ti fregano contando le monetine nella mano, ma lo fanno sempre con il sorriso.

Poi ci sono quelli con le strade dritte. Come se quello che succede, loro, non lo sentissero davvero. Arriva e le prendono. Usano la testa per vedere, se proprio c’è qualcosa da guardare. Con qualche sbuffo ogni tanto, perché non sono come i felici. Si annoiano un po’. Ma sanno bene come devono andare le cose. I tempi, i modi. Il sospetto del rinculo non li tocca proprio, l’equilibrio cosmico non lo cercano neanche su google. Le domande non se le fanno, se sentono qualcosa chissà cosa se ne fanno. Devo ricordarmi di chiederglielo una volta tanto.
Sono quelli che esigono le convenzioni per i musei e, mentre comprano i biglietti, sono già con il naso nella mappa, a decidere il primo posto dove andare tra le mete consigliate nei box della lonely planet tascabile.

Poi ci sono quelli tristi. Quelli che decidono che sono nati tristi e che poi alla fine non è detto che ci si stia male, su quel pianeta.
Incontrano altri tristi e, a modo loro, sono felici. I tristi sono quelli che si fermano sui gradini di Santa Lucia per adattarsi al nuovo ecosistema, perdono sempre il turno nella fila, si lasciano scavalcare e hanno valige grandi, perché ogni volta devono portare tutto il loro mondo con sé.

Ci sono i doverosi. Quelli che hanno i valori dorati che non si toccano, i sergenti nella pancia e le regole fisse da seguire. Loro sono felici quando fanno quello che devono fare. Si sentono pieni e fatti della trafila normativa con cui si sono cresciuti, se non fosse che in quasi tutti a un certo punto si inceppa il meccanismo e chi li salva più.
Loro comprano il carnet e si meravigliano dei gabbiani sulla laguna con un grande Ooooohh!.

Poi c’è la vastissima categoria degli inquieti.
Mi sento buona, in mezzo a loro, a posto, a casa.
Li riconosco a distanza, ne vedo le sottocategorie, leggo le maree negli occhi, perderei giornate vicino agli inquieti, pure senza parlare, mi basta guardarli.
Tifo sempre per loro, perché sento che abbiamo la stessa malattia.
So che lo sappiamo, che non guariremo. Che ci toccheremo, ma non ci contageremo, siamo tutti autoimmuni.
Che le nostre solitudini rimarranno fortezze inattaccabili, stanze senza aria, stanze piene di colori, stanze inzuppate di buio, senza switch, stanze in cui il mondo improvvisamente vale la pena di essere vissuto a mille all’ora e occhi chiusi e poi non c’è nulla per cui abbia senso fare qualunque cosa.
Sono quelli degli sbalzi d’umori, quelli che vedono le cose dove non ci sono, che pensano troppo e si fanno domande dove non servono risposte, che sono eccessivi e senza mezzi toni. Quelli che a fasi alterne esplodono e poi rientrano in modo meccanico, al contrario, si ritraggono. Quelli per cui la realtà fa sempre a botte con ampie distese di immaginazione, che quando le fantasie diventeranno vere non saranno mai belle come le avevano fantasticate.
Gli inquieti, felici non lo saranno mai.
Non per abbastanza tempo.
Non avranno neanche abbastanza tempo per restare tristi.
Costruiranno e disferanno con cura ogni cosa da soli, non si perdoneranno nulla.
E, agli altri, perdoneranno le cose sbagliate.
A loro, i biglietti non li vendo mai, glielo passo in silenzio dalla fessura del vetro.
Per me, possono viaggiare gratis.

Ecco perché vado in quel posto lì.
È un posto dove stare male mi sembra che sia un bene.
È un posto dove odio quelli che fanno categorie, li insulto, li prenderei a testate e invece no.
Mi finisce sempre che gli voglio bene.

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Dopo la fine del mondo

Ci sono cose precise, nette e intatte che ti si appiccicano addosso quando arrivi in un posto nuovo.
Cartoline che la tua memoria collezionerà per tirarle fuori all’improvviso, quando le avrai dimenticate, buttate via, messe da parte per fare spazio.
Della “bolla di sapone”, Bianca ricorda la sensazione elettrica che le sfregava addosso, a cavallo della frecciabianca 9707 sull’infinito Ponte della Libertà, i lividi del cielo su Marghera alla sua sinistra e poi, l’Isola.
Sospesa. Remota. Vicinissima.
Scesa dal treno, un odore intenso le ha bloccato il respiro e ha invaso i buchi della pelle infreddolita.
L’odore del mare.
Eccola, Venezia. Ecco il suo benvenuto.
Nessuna banda con le fanfare, nessuno striscione, nessuno ad aspettarla al binario 3.
Però, il mare nell’aria.

Ha riletto il messaggio di Giulia: Al Ponte delle Guglie a sinistra. Terza calle a destra fino al canale. Ponte. Ponte. Cannaregio 1786.
Ha alzato gli occhi al cielo per cercare una mappa, inventarsi una preghiera che le spiegasse cosa fosse il Ponte delle Guglie, dove trovarlo.
Poi ha preso a camminare a sinistra, lasciandosi la stazione e il mare alle spalle, infilando gomitate involontarie ai compagni di strada che si impalavano ogni due minuti davanti a bancarelle di maschere o vetrini colorati, facendola inciampare nelle pietre di Cannaregio. Trascinando una valigia di sassi ha infilato i primi passi in mezzo a un carnevale di lingue e facce straniere, avvolte nella nebbia densa.
Sembrava un enorme portacenere, Venezia, e le persone erano i mozziconi malspenti in una sala ancora fumante.
Tutto era filtrato da una coperta spessa e umida.
Ma una strana allegria le correva sotto pelle.
Era appena approdata su un pianeta narcisista. Un posto dove la bellezza triste di tutti gli scorci, la decadenza di una città cristallizzata nel tempo, schiaccia qualsiasi altro tipo di bellezza.
Questo era il suo nuovo porto.
Dicono che a Venezia qualcosa di magico ti entri di nascosto nel sangue, e tu, chiunque tu sia e con qualsiasi storia alle spalle, avrai gli occhi brillanti come al primo amore.
Bianca aveva diciannove anni.
Gli occhi inquieti.
E tanta voglia di essere in una nuova storia.

Poi un giorno è arrivata Lei.
L’acqua.
A dire la verità l’aveva sentita arrivare dal giorno prima, quando il suo corpo e la sua testa sembravano due mostri inavvicinabili. Venere e Marte che si stuzzicano.
Strane perturbazioni l’attraversavano da tutti i lati e lei non le controllava senza capire perché.
Le succede spesso per cui ha smesso di preoccuparsene da un pezzo e cerca solo di contenere gli effetti collaterali.
Ma questa volta l’aria carica voleva qualcosa di più.
La mattina dopo, una strana melodia l’aveva svegliata: un suono a metà strada tra una sirena e un carillon acuto, incriccato dal troppo tempo passato tra la polvere sulla mensola.
Ripetuta e ripetuta, la melodia.
Tartassante tra le lenzuola.
E poi una voce gracchiante, da un megafono.
Venezia stava affondando.
Con i fiumi, le passerelle e gli stivali, come si vede ogni tanto tra le immagini distratte del tg.
E lei ci era dentro, con i piedi bagnati e la faccia umida.
Ha aspettato ore ferma sopra il letto, tra le continue telefonate della madre in ansia che si chiedeva se sarebbe riuscita a tornare a casa per Natale.
Poi ha deciso di andare a guardarla, questa Venezia saccheggiata.
Tutto fuori sembrava immobile.
Le persone camminavano per la strada perché l’acqua si era ritirata, eppure era come se si fosse espansa nell’aria. L’acqua.
Pezzi di tutto ovunque e negozi con le scope in mano, un silenzio ottuso e intoccabile.
Sembrava fosse appena passata la fine del mondo, senza far rumore.
Stivali e stivali di gomma sulle scorie di una mattina oltre ogni confine.
Perfino il rumore dei passi era attutito dal silenzio in espansione, dalla città muta.
Venezia si era tolta la maschera, quella da bomboniera e da regina.
Venezia, struccata e devastata da una notte d’amore con la persona sbagliata, girava su se stessa senza meta.
E mentre Bianca cercava la via di casa, il suo dolore e il suo ghigno la attraversavano di sbieco e la stordivano. Non riusciva a pensare neanche una parola mentre gli occhi roteavano ovunque, travolti.
Una cosa che priva i polmoni delle loro capacità respiratorie.
Per un attimo ha avuto le branchie.
Solo che l’acqua non c’era più, quindi lei respirava fuori dalla sua dimensione, in un modo che non conosceva e senza attitudine: un pesce buttato fuori da un acquario improvvisato.
I veneziani no.
Loro erano impassibili, presi a spazzare fuori la marea come se fosse una faccenda normale.
Cameriere indaffarate a rassettare il tavolo dopo il passaggio di una comitiva di ex-studenti che ha festeggiato il ritrovo con fiumi di vino.
Recuperavano i figli da scuola parlando dei compiti da fare con la merenda.

Subito dopo, il cielo ha messo in scena una coreografia da spettacolo di danza contemporanea: scassinato e dolce, complesso e drammatico, poi ironico.
Arrossiva su una guancia e si rabbuiava sull’altra.
Come quando ti trovi di fronte una persona a cui hai voluto molto bene, una persona che ti ha fatto molto male.
Una fortissima luce arancio che tagliava tele di nuvole a sud ovest, un tramonto pastello a nord ovest, e scarabocchi di nubi blu e viola a est.
Fontana, Monet e Pollock in un quadro solo.
Non riusciva a tornare a casa. Non riusciva a lasciarla sola, questa Venezia.
Le assomigliava troppo.

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ph. Arianna Testino

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