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Forse non è proprio legale sai
ma sei bella vestita di lividi.
(Manuel)

 

Tutto è cominciato con un livido e me lo sono fatta da sola.
Sembrava un universo, una costellazione infinita, c’erano le galassie, i satelliti, il viola, il verde, le nane e i giganti.
Sono pellicola, ho la pelle sensibile. Le cose lasciano segni, disegni e immaginazioni su di me prima che possa rendermene conto e restano lì, per un po’, a farsi ricordare.

Tutto è cominciato con una poesia.
Due per la verità.
Una parlava di corpo, scambio, fiducia, sudore, paure, bellezza che da qualche parte andrà ritrovata.
Aveva un suono buono.
L’altra parlava di cose che sa chi l’ha ricevuta in regalo, ma io so che avevano ragione, le poesie.
So che la poesia non dice bugie.

In mezzo ho imparato a credere al caos, un po’ meno al caso e, senza dubbio, ho ancora una parentesi aperta sul libero arbitrio.
In mezzo ci sono gli amori, meritati e non, le paure e tutto quello che muovono, le gite fuori porta che potevano essere viaggi, le colazioni a pane e pummarola la domenica mattina, un gattino nero che è diventato grande, le cartoline dal mare e la neve dentro le sfere, bocce di vino rosso e tubetti colorati per dipingere il corpo che non useremo mai, musa (di nessuno), le parole del giorno ogni giorno e codici per me ancora indecifrabili.
Le risate cristalline e poi una disperazione che pensavo di aver salutato per sempre e invece era lì, a dirmi che tornerà a cicli regolari.
Un buio profondo e ben circoscritto, il letto vuoto quanto il frigorifero.

Tutto è finito con un livido.
Mi sono fatta da sola anche questo e con poca poesia.
Però in mezzo ci sono io che mi ricordo chi sono, da dove vengo e perché.
Che mi ricordo di avere desideri, di sentirne succedere alcuni e di leggerne la conferma negli occhi che mi guardano davvero.
In quegli occhi che mi vedono per quello che sono oggi e restano qui. Per quello che so di volere oggi.

In mezzo al mezzo, ci sono contaminazioni inaspettate e bellissime.

E l’altra sera ero a una festa a cui mai avrei pensato di partecipare.
C’era un uomo che mi parlava di amaro, un ragazzo che mi versava bollicine su bollicine, un altro, più timido, che dopo qualche bicchiere aveva racconti di un paesello che sembrava tanto il mio, un altro ancora che mi insegnava la semiotica del jukebox e, alla fine, una voce di caverna che cantava Tom Waits per me.
Martha.
E io non ho potuto fare a meno di rovinarla cantando insieme a lui. Stonata e luccicante.

And those were the days of roses
Poetry and prose and Martha
All I had was you and all you had was me

Forse, sì. Adesso è tempo di musica buona e leggerezza.

Ero ancora lì, qualche giorno fa. Dove mi sono fatta il primo livido.
C’era la stessa amica di quella sera là, quando sono caduta e mi sono disegnata la galassia sulle cosce.
Ho ancora qualche fiore, un anno in più e pure un po’ di danni sparsi.
Ma, insieme alle tragedie, mi hanno dato in dono l’autoironia anche per questo.
Quindi, sorrido.

È passato l’inverno, oggi è primavera, io so solo che sono ancora qui.
Quindi, sorrido.

 

sono nel fiore

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Domani, nella battaglia

Quello che ho imparato è che è vero, se sei distratto le cose trovano occhi per te e tu impari a guardarti come non ti eri mai vista.
E che ci si può incrociare tante volte, in tante vite, ma ci si incontra una volta sola, quella definitiva.
Ho imparato che si può essere leggeri e anche felici, che ci si possono mischiare tante promesse, si possono scambiare segreti, paure, quotidianità, viaggi, verità, pelle, organi vitali e tentativi.
Ho imparato che sento ancora, sento tanto e ovunque, e quasi non ci speravo più.
Che puoi desiderare davvero qualcosa con tutto te stesso e sentirti pronto a scommettere di nuovo, ma può non essere abbastanza.
Che basta così poco per perdersi e alle volte è una parola di meno o una di troppo.
Che nessuno si salva da solo, ma i conti con i propri mostri ognuno li deve fare da sè.
Che non è questione di egoismo, ma di rispetto e libertà. E pure un po’ di amore.
Che chi ha un peso nella tua vita lo troverai ancora lì, ad aprirti la porta, cucinarti la cena e abbracciarti in stazione.

Ho imparato che il coraggio ha un prezzo altissimo e lo conoscono solo quelli che vanno dritti dentro al fuoco.
Che alle volte bisogna andarsene e che quell’andare può non essere un abbandono, ma un modo per salvare la bellezza.
Ce lo spiegavamo stamattina, dopo dodici anni, con gli unicorni dentro il caffè e ancora qualche cerchio nero intorno alle iridi. Iridi pulite però.
E quello spiegare aveva proprio il suono di un foglio che dopo tanto tempo si apre, raddrizzando le pieghe per lasciare spazio all’amore. Quello che resiste.

Ho imparato che so quello che voglio e combatterò fino a che non lo avrò ottenuto.
Ho imparato che i desideri possono prendere fuoco a pochi metri da terra anche se ci provi quattro volte di fila, che le aspettative vanno sempre a puttane, che ci addormenteremo dicendo ancora che non ci crediamo più, che non solo sopravviveremo anche a questo, ma fuori ci sarà una nuova luce, e le rose di Sergio, sempre lì, resistenti anche loro.

Ho imparato che spero ancora e che non smetterò di farlo, nonostante i desideri, le aspettative e le stanchezze più o meno motivate.
Che basta così poco, davvero, anche per ritrovarsi.
Mi piace pensare che oggi non festeggiamo un anno nuovo, ma le persone nuove che saremo tra un anno.

E non credo in tante cose e in nessun dio, ma una preghiera all’anno ho scelto di concedermela già un po’ di botti fa.

Per questo e solo per questo.
A me, a te e a tutti i combattenti della mia storia.
Tanta luce.
La spero.

Magari è poco, ma questa volta fa la differenza.

 

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se la fine del mondo sta arrivando

voglio farci l’amore dentro.

sentire gli organi e i muscoli pompare più forte degli uragani alle mie spalle.
maledire i vecchi amici immaginari, rompere quegli schemi neri in cui mi sento tanto al sicuro.

se la fine del mondo sta arrivando
voglio spolparla, riderci, sfidarla e giocarci d’azzardo.

sfregare la pelle nei colori e assecondare i desideri.
gustare i rimorsi, senza nessun rimpianto.

per una volta.
non me ne frega niente di avere paura.

se la fine del mondo sta arrivando
voglio sapere che ci ho messo tutto, anche il sale.

e poi piangere, eventualmente, solo dopo.
con tutto il corpo che ne può restare.

magari, che ne sai, possiamo anche viverci, lì dentro.

twirl

Elspeth Diederix, Twirl

Cenestesi
[ce-ne-stè-si]

SIGN Sensazione generale del corpo, di solito notata solo quando percepisce una variazione.

voce dotta, composta dal greco [koinós] ‘comune’ e [aìsthesis] ‘sensazione’.

 la cenestesi è letteralmente la sensazione comune del corpo. Non quella che percepiamo dal giornalismo degli organi di senso con cui diamo l’assalto alla realtà, ma quella interna, sottile e complessa, resa dalla rete dei propriocettori – indescrivibile da vista, udito, tatto.

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Anno sette

L’anno sette lo scrivo da un’altra parte.
Sono ancora troppo silenziosa, ma leggera.
E questo sette assomiglia alla mia scrittura, c’è e non se ne andrà ma adesso sta guardando altrove.

Quindi l’anno sette vado lontano e resto qui.
Nella realtà.
Prendo tutto come un regalo da scartare piano, se doveva arrivare un tempo è arrivato.

Il tempo di non limitare, semmai di espandere.
Il tempo di lasciare andare.
Il tempo di credere ai miracoli.
Quelli reali, quelli normali, quelli che assomigliano alla felicità.

L’anno sette piove.
E gliene sono grata.

Non posso fare altro.

IMG-2002
(Soundtrack a cura di Frida Kahlo:)

Ti meriti un amore che ti voglia
spettinata,
con tutto e le ragioni che ti fanno
alzare in fretta,
con tutto e i demoni che non ti
lasciano dormire.

Ti meriti un amore che ti faccia
sentire sicura,in grado di mangiarsi il mondo
quando cammina accanto a te,
che senta che i tuoi abbracci sono
perfetti per la sua pelle.Ti meriti un amore che voglia ballare
con te,
che trovi il paradiso ogni volta che
guarda nei tuoi occhi,
che non si annoi mai di leggere le
tue espressioni.

Ti meriti un amore che ti ascolti
quando canti,
che ti appoggi quando fai la ridicola,
che rispetti il tuo essere libera,
che ti accompagni nel tuo volo [che ti porti nel suo],
che non abbia paura di cadere.

Ti meriti un amore che ti spazzi via le
bugie
che ti porti il sogno,
il caffè
e la poesia.

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Dopo

Mentre sprofondi senti una specie di morbidezza.
Le vertebre, una alla volta, che si abbandonano dentro le curve. Le lasci fare.
Le unghie ripercorrono i quadrati della trama, le allunghi sul bracciolo fino a sentirne i limiti, i gomiti rotondi, l’immaginazione che si confonde tra le righe del velluto, i pensieri sono già troppo lontani.
Ci premi i polpastrelli sopra per fermare quel sorriso.
Il tuo.
Mentre lo saluti sotto casa e ti sembra di avere cinque anni e di essere appena tornata dal luna park, con le mani appiccicose di zucchero filato e tutto il resto.
Ti rannicchi e tieni tutto buono lì. La sua voce ruvida, i centimetri di pelle che si sfiorano, le tue guance rosse e neanche sai se sia l’imbarazzo o il vino, le frasi lasciate volontariamente a metà.
I bottoni ti baciano la schiena, cinque baci in fila, fa caldo e i tuoi pensieri sono giallo canarino.
Sorridi e ti lasci avvolgere.
Anche se non sei sicura che domani ti richiamerà.

Daniel Egneus, The red line

Pubblicato in con la penna in mano, io scrivo, la donna senza strategia, soffioni | Lascia un commento

Quindici

Il parchetto è diverso, ma l’aria di giugno è la stessa, così come le ombre che scendono tra i lampioni.
La panchina assomiglia a quella panchina, ogni tanto passa qualcuno con un cane o due mani intrecciate che leccano il gelato con le altre due mani.
Ho la stessa musica, anche se con suoni diversi, lo stesso quaderno rosso e le stesse camel blu.
Anche i vestiti potrebbero essere gli stessi, pure se diciannove anni fa non li avevo ancora comprati.
I capelli di nuovo lunghi e lo smalto rosicchiato.
Mi tolgo i sandali e incrocio le gambe, apro la borsa e accendo una sigaretta.
La luce si abbassa, sento il buio che arriva e la sera ne ha solo mezza responsabilità.
Ho lo stesso cuore e la stessa testa, solo uno più vuoto e l’altra più piena.
Il corpo invece non c’entra più quasi niente.

Respiro l’estate e guardo le mie righe.
Scritte con la stessa matita, contengono lo stesse domande.
Le parole che uso, invece, sono diverse.
Hanno meno poesia e più oggetti.
Più disillusione, ma gli stessi desideri.
La calligrafia è rimasta illeggibile.

Un cane abbaia e potrebbe essere lo stesso di diciannove anni fa.
Sono in un altro parchetto in una città diversa, sono le stesse nove dello stesso sabato sera di un altro giugno e io ho sempre quindici anni.
Faccio gli stessi pensieri, con gli stessi scarabocchi.

 

christopher poindexter

I just want to smoke my cigarettes and drink my whiskey
and for you to love me for the monster I am.
Christopher Poindexter

 

 

 

 

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Senza un fine non ci riesco a stare

Era una strana primavera d’inverno, io avevo finito di srotolare le parole che tenevo nel cassetto da anni e tu, di fronte a me, arrolotolavi tabacco nelle cartine sgualcite.
Con pazienza mi facevi accendere controvento perché avevo anche le mani scorticate dalla storia che ne era venuta fuori.
Il mio finale era già diventato una nuova attesa, avevo un sacco di tempo vuoto e lo usavo per dimenticarmi le cose.
Mi giustificavo dicendo che sono quella delle decisioni prese in fretta e degli addii lenti, tu sottolineavi che non mi accontento mai e intanto ridevi perché era questo il motivo che ci faceva stare seduti sullo stesso cornicione.
Ero solo fragile e non volevo ammetterlo, inventavo scuse per non smentire gli schemi e contavo i fili di fumo che ti scivolavano tra le labbra.
Tu mi parlavi di protezione e io insistevo con l’abbandono.
Volevo trovare un confine tra svanire e sfumare, deglutivo questa storia che non c’è amore senza mancanza e non riuscivo ad accorgermi che stavamo dicendo la stessa cosa.
Cantavi Nevischio, erano i Verdena e il fatto che senza un fine non ci riesco a stare.
Io pensavo alla fine e cambiavo il senso delle parole perché mi sentivo maltrattata dal silenzio ed ero stanca dei malfinali.
Ripetevo la mia versione dei fatti, e tu dicevi che non c’è mai qualcosa di inutile.
Mi arrabbiavo per cose a cui tu toglievi peso con gesti microscopici, urlavamo maledizioni alla banalità e alla fine mi ero delusa da sola.
Accarezzavi le tue piccole certezze, non volevi cambiare musica e trovavi un modo semplice per uscirne, mi dicevi che bastava avere un alleato per restare, che la guerra non esiste più quando gli inferni privati si dividono a metà, che era solo questione di scegliere un fronte con cui resistere.
Io mi sentivo sola al mondo e continuavo a chiedertelo senza aspettare la risposta.
E se la guerra sono io? mi ci asciugavo la gola.
Tu mi hai chiuso le labbra con un dito. Credo di essere nato partigiano, hai detto, e adesso so anche perché.
Ti guardavo e vedevo solo luce mentre tu non sapevi più in quale buio rovistare.
Con lo stesso gesto pulito, hai abbassato la coppola sugli occhi mentre io abbassavo le difese.
Non sapevo ancora niente ma per fortuna ho continuato a crederti.

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