UNO DUE

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Il generale vive tra le case del cortile giallo.
Uno o due piani più su di me, non sono ancora riuscita a collocarlo dietro una porta precisa, ma spesso dalla finestra sento la sua voce.
Ci ho messo un po’ a capire cosa dicesse, le prime volte mi sembrava che quel suono che mi entrava in casa fosse un orgasmo un po’ soffocato dal caldo di luglio.
Invece conta, il generale, UNO DUE UNO DUE, marcia UNO DUE.
L’ho capito quando ci siamo finalmente incontrati sulle scale, io e quella voce, io scendevo di corsa e lui era seduto di spalle sui gradini.
È stato così che ho scoperto che dietro quella marcia c’è un uomo vecchissimo, antico, che si guarda intorno come se avesse perso qualcosa e per non perdere qualcos’altro conta UNO DUE UNO DUE.
Però mi aveva sorriso, aveva girato un poco la testa verso di me senza smettere di contare e aveva una fierezza e una tenerezza indicibile, dietro la barba sfatta e gli occhi liquidi.
Ci siamo incontrati altre volte, io e il generale, e queste altre volte lui ha smesso di contare, mi guardava un po’ a metà mentre scendevo le scale e a forza di sorrisi mi sono conquistata il suo “Buongiorno bella” tra gli UNO DUE.

Anche oggi l’ho incontrato, il generale.
Due volte.
La prima era stamattina, io salivo le scale e lui era di profilo, stava rovistando tra i bidoni della plastica nel sottoscala, UNO DUE. Gli ho detto un buongiorno un po’ urlato, per farmi sentire, e ho pensato davvero che avesse perso qualcosa, qualcosa che con la plastica non c’entrava proprio niente.
Gli ho chiesto se avesse bisogno, ma lui mi ha risposto UNO DUE “Buongiorno bella” guardando le bottiglie accartocciate e si è dimenticato di me.
La seconda volta ero anche un po’ di corsa che le mattine ci metti un attimo a perderle e sei già in ritardo.
Io scendevo e lui saliva,
Il primo dei nostri incontri in cui l’ho visto in faccia del tutto.
Il generale ha smesso di contare, ha fatto tutti i gradini guardandomi dritta, ha trattenuto gli UNO DUE e mi ha detto “ha fatto bene a fermarsi”.
“Ci mancherebbe” gli ho risposto io pensando si riferisse alla gentilezza di far salire prima lui, che ci mancherebbe, generale.
“Dovevo proprio guardarla come si deve” ha continuato e io gli ho sorriso come faccio sempre e stavo per scendere ma lui si è fermato di nuovo “ha fatto bene sa”.
“Ci mancherebbe” ho detto di nuovo io, ci mancherebbe davvero che non sale prima lei, generale, ho ripetuto in testa con una specie di dolcezza vicina a tutti gli altri generali della mia vita.
“Perché lei è proprio bella sa”.
“Grazie “ dico grazie, ne avevo bisogno e cerco di capire cosa guarda.
Guarda me e sorride, io mi dimentico che sono in ritardo.
“Lei è bella davvero signorina ed è un dovere dirglielo”.
L’ha ripetuto senza smettere di guardare me, gli occhi erano lucidi davvero, e allora ho fatto l’ultimo sorriso “lei è davvero un gentiluomo”.
L’ho detto prima di cominciare a frignare e sono corsa giù per le scale gialle e scrostate come questi giorni, contando UNO DUE.

[La parola del giorno è Invaghire in-va-ghì-re (io in-va-ghì-sco)
SIGN Far nascere in qualcuno un sentimento d’amore, attrarre
composto parasintetico di vago, dal latino vagus, con prefisso in- ‘dentro’.]

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Il posto

Sul mio balcone è comparso un giardino.
L’hanno piantato le mani sicure di chi non si stanca di ricordarmi che merito bellezza.

Quando abbiamo tolgo le dita dalla terra, ho sdraiato un cuscino tra le mattonelle, ho appoggiato la schiena al muro rosso.
Era sera anche se il cielo non voleva ancora ammetterlo.
Tra il gelsomino e l’ortensia, i miei occhi liberavano rabbia come una grondaia, mentre tu mi lasciavi fare, riempiendo il silenzio di lealtà, e la luce si arrendeva finalmente al blunotte.
È stato in quel momento che il mio giardino è diventato il posto.
Il posto per piangere, per respirare, per accendere candele e fissare i giochi di luce sul bambù.
Il posto per preferire le finestre agli specchi.
Il posto per apparecchiare un tavolino minuscolo e fumare così tante sigarette filate da voler smettere.
Il posto per sbirciare tra le tende degli altri e far scorrere i fantasmi.
Il posto per versare birra, per collezionare parole giuste e pensieri sbagliati, per cercare l’odore soffritto di cipolla fino a sentire di nuovo fame.
Il posto per far dormire i gatti al sole e per far ridere di gusto il fenicottero rosa.
Il posto per raccontare storie a chi non c’è più e sperare in quelle che arriveranno, il posto per condividerle.
Il posto per sciogliere i capelli e per disfare tutti i nodi, il posto per esprimere desideri guardando molto in alto con una canzone in testa.
Il posto per il caffè della mattina presto, per uscire dai sogni, il posto per decidere di rimettere lo smalto rosso.
Il posto per pestare i piedi e per fare pace, per scoprire le gambe e per sapere a cosa servono le radici.
Il posto per dare al buio tutti i baci che bisogna dare, per ricordare che è un’altra estate, per avere ed essere cura, per programmare un nuovo viaggio.
Il posto per aspettare, per credere ancora che l’amore torna anche se a volte deve cambiare faccia, il posto per scomparire e per sorprendersi a ridere.
Il posto per tornare, prima di tutto, da me.
Il posto dove piangere sì, e il posto dove smettere di farlo.

Il posto in cui sarò, in ogni caso, ogni volta che vorrò sapere dove sono.
Tra il gelsomino e l’ortensia, al primo piano, nel mio giardino.

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Enrica Tesio e Giulia Richetta, da Filastorta d’amore

 

 

 

 

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Maggio, cor-aggio.

In questo maggio ho scavato la parola coraggio.
Senza rime, ma con le unghie, i fantasmi, gli occhi struccati e i passi indietro.
Con le guide disperate, i corridoi verdi e le cattive notizie che da qualche parte lo sai già il rumore sordo che fanno.
L’ho rovistato e ribaltato e, sì, dentro alla parola coraggio ci ho trovato la parola cuore.
Il mio. Che esiste e si fa sentire. Che mi ha insegnato che avere paura non fa poi così tanta paura.
E quello delle persone che il coraggio lo dividono con me da sempre.
In questo maggio e in qualsiasi ricordo che ci sia rimasto.
Negli inferni e nelle domeniche spensierate.
I nostri cuori allineati al fronte.

Sono fatta di inverno, i miei uomini, invece, sono fatti di maggio.
Tirano i miei fili rossi, ricamano, strappano, insegnano vita.

E oggi è il giorno di maggio in cui i miei padri nascono e muoiono, si incontrano sulla linea del cuore e mi ricordano ancora una volta qual è l’unica cosa importante.
Il coraggio, con tutte le parole e i significati che contiene.
E tutti noi.
Sorelle, fratelli, madri, con le mani intrecciate.
Noi che questo coraggio lo dividiamo in parti uguali, perché abbiamo lo stesso cuore.
E non è solo una questione genetica.

Maggio è il mese delle rose. Oggi nere. Ma sempre rose.

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Jannis Kounellis, Rosa nera, 1964

 

 

 

 

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Torno sempre a te / in questi giorni inquieti / torno sempre a te

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
(Italo Calvino)

 

Di questo novembre fuoriluogo vuoi dimenticare tutto.

Conti i minuti guardando il soffitto, sotto i tuoi piedi si aprono botole senza fondo e un gatto nero, di notte, riempie gli abbracci che qualcun altro ha svuotato.
Per distrarti, mangi fiori gialli che arrivano dall’Africa, fai conversazione con il lampadario e ci soffi sopra fingendo di credere ancora ai desideri.
Sai che la tecnica dei pesci rossi non funziona a comando, elimina quello che vuole lei, la memoria, mai quello che le chiedi tu.

Sotto i tuoi occhi sfilano gli ultimi padri, gli uomini che pensavi ti avrebbero amata, i compagni fedeli delle tue passeggiate immaginarie.
Se li porta via l’inverno, uno per uno, lasciando solo freddo dentro un aprile da scordare.

L’unica cosa che senti è la paura, non sai più da dove viene, ma cerchi di darle una forma e incastrarla sotto il cuscino del divano, a non fare troppo rumore.

Chiudi gli occhi, li stringi forte e cerchi di tornare lì.
Quando nella testa ti ballavano fantasmi simili a questi di oggi e lui, nonostante i tuoi calci, si era sdraiato accanto a te in quel lettino stretto, ti girava i capelli dietro le orecchie con le carezze di quando eri bambina.
Non avevi parole, ma ti ascoltava.
Non ti capiva, ma ti stringeva.
Ti spiegava che i terremoti hanno a che fare con i cambiamenti e tu guardavi solo le macerie.
Le stesse che guardi oggi, dopo aver cambiato un milione di occhi.

Raccogli i fantasmi, li chiami per nome, vi conoscete da anni.
Se è il loro tempo sai che devi lasciarli fare.
In silenzio, ascolti tutto quello che ti manca e lo maledici.
Tra le cose del letto, nei giorni di pioggia. Tra i fili d’erba di un parco qualsiasi, nei giorni di sole.
Ti ripeterai che devi lasciarti stare, fino a che non lo capirai.
Che è inutile inseguirle, le cose importanti, se poi possono prendere e andarsene verso un altro odore quando pare a loro.
Poi tornerai qui, a guardare chi c’è invece che rincorrere chi va.
Per motivi più o meno leciti, chi va.

Lo sai cos’è l’amore? – te lo aveva detto prima di andare, per motivi leciti.
Stare lì, sul bordo dell’inferno, stretti, a resistere anche quando fa schifo.
Soprattutto quando fa schifo.
La circonferenza degli inferni la detta chi resta qui dentro, chi ci fa spazio tra i propri demoni, chi li spartisce con noi.
L’inferno finisce solo quando lo si divide a metà.

Allora tu resisti.
Sai che troverai le parole, quelle indelebili, perché vuoi essere letta anche al buio.
Da qualcuno che resta.
Anche tra le macerie.
Stringi i pugni, torni al soffitto.
E li lasci ballare.

abbaglio

 

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Lasciarsi andare

C’era una riva, le onde, un cielo arrabbiato e per niente stanco.
Ero seduta sulla sabbia, l’umido in briciole mi attraversava il maglione, le scarpe, il torace e tutto quello che contiene.
C’era una persona nuova, accogliente e fresca che lasciava scorrere tutto questo, e anche il vino che avevamo in corpo, sdraiata vicino a me al confine con il sonno.

C’era un set cinematografico, un campo lungo ben immaginato, frame visti e rivisti ogni volta che ho avuto bisogno di ricordare che l’amore non muore mai.

Il vento mi tagliava la faccia con la salsedine, l’odore di sale la accarezzava, e nei miei occhi luccicavano risacche di acqua salata.
Io li lasciavo bisticciare cercando di confondere le fonti saline.
Mi sentivo antica, stanca, svuotata.

Il letto è comparso da solo.

C’erano loro due, Clementine e Joel, mentre il mare si incazzava sempre di più e Anna dormiva.
E avrei dormito anche io, abbracciata in mezzo a quel tormento, dentro quello spettacolo che è il mare quando finisce l’inverno.
Invece ero molto sveglia e no, non avevo i capelli rosso fuoco. Ero sola, seduta sulla sabbia umida.

Lasciavo scorrere i minuti dentro il mare, con gli occhi chiusi, pensavo, come un ritornello, a quanto sia crudele Lasciarsi andare.
Crudele questo verso che si rivolta su se stesso e non dà scampo.
Se non ci lasciamo andare, non ci abbandoniamo fino in fondo a qualcosa, poi quel qualcosa dobbiamo lasciarlo andare, abbandonarlo, farlo scorrere via.

Lasciarsi andare.

Sarei andata da quei due, dentro il letto immaginario.
Avrei tirato i capelli rossi di lei, avrei pizzicato forte gli zigomi alti di lui, gli avrei detto di smetterla, che era solo un film.
Gli avrei urlato: sveglia ragazzi, non siete più speciali degli altri, lo sapete anche voi che prima o poi bisogna farlo.
Lasciarsi andare.
Che il prima detta il poi e viceversa.

Ma sono stata zitta, dentro questa piccola visione.
Erano così belli, mentre si svegliavano dove non sapevano di essere, dopo essersi amati e cancellati a vicenda e ritrovati chissà come, in un letto al confine con le onde, sotto un cielo di piombo e una coperta a quadri.

Ho aperto il mio quaderno rosso.
Ho scritto:

Ci siamo così abituati a perdere
che lasciamo andare
senza dire
senza capire
senza lottare.

Difenderei tutto di te
tranne la posizione
di non volermi accanto.

Continuerò a innamorarmi
e ad avere paura.
A calpestare la paura
e fare atti di coraggio.
A maledire il coraggio
e pensare che era meglio stare fermi.

Continuerò a muovermi.
Continuerò a sbagliare.
Continuerò a vedere le cose che non ci sono.

E a scrivere.
Continerò a scrivere.

Ho scattatato una fotografia e ho pensato che dovevo lasciarli in pace, quei due nella mia testa, che andava bene così.
Che chi sa vedere un letto in riva al mare lo sa.
Che alle volte basta dimenticarsi di tutto per imparare a guardarsi di nuovo.
E a capire in quale direzione del lasciarsi andare mollare gli ormeggi.

Magari era lì, proprio in quel letto, che Clem e Joel stavano decidendo come prendere il verso.
Magari era dentro quel letto che lo stavano capovolgendo.

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Clementine: Joel! E se tu rimanessi stavolta?
Joel: Se ne sono andati via tutti, non c’è più nessun ricordo.
Clementine: Almeno torna indietro e inventati un addio, facciamo finta che ci sia stato. Addio Joel.
Joel: Ti amo.
Clementine: Ci vediamo a Montauk.

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metticheungiornopercaos

Forse non è proprio legale sai
ma sei bella vestita di lividi.
(Manuel)

 

Tutto è cominciato con un livido e me lo sono fatta da sola.
Sembrava un universo, una costellazione infinita, c’erano le galassie, i satelliti, il viola, il verde, le nane e i giganti.
Sono pellicola, ho la pelle sensibile. Le cose lasciano segni, disegni e immaginazioni su di me prima che possa rendermene conto e restano lì, per un po’, a farsi ricordare.

Tutto è cominciato con una poesia.
Due per la verità.
Una parlava di corpo, scambio, fiducia, sudore, paure, bellezza che da qualche parte andrà ritrovata.
Aveva un suono buono.
L’altra parlava di cose che sa chi l’ha ricevuta in regalo, ma io so che avevano ragione, le poesie.
So che la poesia non dice bugie.

In mezzo ho imparato a credere al caos, un po’ meno al caso e, senza dubbio, ho ancora una parentesi aperta sul libero arbitrio.
In mezzo ci sono gli amori, meritati e non, le paure e tutto quello che muovono, le gite fuori porta che potevano essere viaggi, le colazioni a pane e pummarola la domenica mattina, un gattino nero che è diventato grande, le cartoline dal mare e la neve dentro le sfere, bocce di vino rosso e tubetti colorati per dipingere il corpo che non useremo mai, musa (di nessuno), le parole del giorno ogni giorno e codici per me ancora indecifrabili.
Le risate cristalline e poi una disperazione che pensavo di aver salutato per sempre e invece era lì, a dirmi che tornerà a cicli regolari.
Un buio profondo e ben circoscritto, il letto vuoto quanto il frigorifero.

Tutto è finito con un livido.
Mi sono fatta da sola anche questo e con poca poesia.
Però in mezzo ci sono io che mi ricordo chi sono, da dove vengo e perché.
Che mi ricordo di avere desideri, di sentirne succedere alcuni e di leggerne la conferma negli occhi che mi guardano davvero.
In quegli occhi che mi vedono per quello che sono oggi e restano qui. Per quello che so di volere oggi.

In mezzo al mezzo, ci sono contaminazioni inaspettate e bellissime.

E l’altra sera ero a una festa a cui mai avrei pensato di partecipare.
C’era un uomo che mi parlava di amaro, un ragazzo che mi versava bollicine su bollicine, un altro, più timido, che dopo qualche bicchiere aveva racconti di un paesello che sembrava tanto il mio, un altro ancora che mi insegnava la semiotica del jukebox e, alla fine, una voce di caverna che cantava Tom Waits per me.
Martha.
E io non ho potuto fare a meno di rovinarla cantando insieme a lui. Stonata e luccicante.

And those were the days of roses
Poetry and prose and Martha
All I had was you and all you had was me

Forse, sì. Adesso è tempo di musica buona e leggerezza.

Ero ancora lì, qualche giorno fa. Dove mi sono fatta il primo livido.
C’era la stessa amica di quella sera là, quando sono caduta e mi sono disegnata la galassia sulle cosce.
Ho ancora qualche fiore, un anno in più e pure un po’ di danni sparsi.
Ma, insieme alle tragedie, mi hanno dato in dono l’autoironia anche per questo.
Quindi, sorrido.

È passato l’inverno, oggi è primavera, io so solo che sono ancora qui.
Quindi, sorrido.

 

sono nel fiore

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Domani, nella battaglia

Quello che ho imparato è che è vero, se sei distratto le cose trovano occhi per te e tu impari a guardarti come non ti eri mai vista.
E che ci si può incrociare tante volte, in tante vite, ma ci si incontra una volta sola, quella definitiva.
Ho imparato che si può essere leggeri e anche felici, che ci si possono mischiare tante promesse, si possono scambiare segreti, paure, quotidianità, viaggi, verità, pelle, organi vitali e tentativi.
Ho imparato che sento ancora, sento tanto e ovunque, e quasi non ci speravo più.
Che puoi desiderare davvero qualcosa con tutto te stesso e sentirti pronto a scommettere di nuovo, ma può non essere abbastanza.
Che basta così poco per perdersi e alle volte è una parola di meno o una di troppo.
Che nessuno si salva da solo, ma i conti con i propri mostri ognuno li deve fare da sè.
Che non è questione di egoismo, ma di rispetto e libertà. E pure un po’ di amore.
Che chi ha un peso nella tua vita lo troverai ancora lì, ad aprirti la porta, cucinarti la cena e abbracciarti in stazione.

Ho imparato che il coraggio ha un prezzo altissimo e lo conoscono solo quelli che vanno dritti dentro al fuoco.
Che alle volte bisogna andarsene e che quell’andare può non essere un abbandono, ma un modo per salvare la bellezza.
Ce lo spiegavamo stamattina, dopo dodici anni, con gli unicorni dentro il caffè e ancora qualche cerchio nero intorno alle iridi. Iridi pulite però.
E quello spiegare aveva proprio il suono di un foglio che dopo tanto tempo si apre, raddrizzando le pieghe per lasciare spazio all’amore. Quello che resiste.

Ho imparato che so quello che voglio e combatterò fino a che non lo avrò ottenuto.
Ho imparato che i desideri possono prendere fuoco a pochi metri da terra anche se ci provi quattro volte di fila, che le aspettative vanno sempre a puttane, che ci addormenteremo dicendo ancora che non ci crediamo più, che non solo sopravviveremo anche a questo, ma fuori ci sarà una nuova luce, e le rose di Sergio, sempre lì, resistenti anche loro.

Ho imparato che spero ancora e che non smetterò di farlo, nonostante i desideri, le aspettative e le stanchezze più o meno motivate.
Che basta così poco, davvero, anche per ritrovarsi.
Mi piace pensare che oggi non festeggiamo un anno nuovo, ma le persone nuove che saremo tra un anno.

E non credo in tante cose e in nessun dio, ma una preghiera all’anno ho scelto di concedermela già un po’ di botti fa.

Per questo e solo per questo.
A me, a te e a tutti i combattenti della mia storia.
Tanta luce.
La spero.

Magari è poco, ma questa volta fa la differenza.

 

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