Senza un fine non ci riesco a stare

Era una strana primavera d’inverno, io avevo finito di srotolare le parole che tenevo nel cassetto da anni e tu, di fronte a me, arrolotolavi tabacco nelle cartine sgualcite.
Con pazienza mi facevi accendere controvento perché avevo anche le mani scorticate dalla storia che ne era venuta fuori.
Il mio finale era già diventato una nuova attesa, avevo un sacco di tempo vuoto e lo usavo per dimenticarmi le cose.
Mi giustificavo dicendo che sono quella delle decisioni prese in fretta e degli addii lenti, tu sottolineavi che non mi accontento mai e intanto ridevi perché era questo il motivo che ci faceva stare seduti sullo stesso cornicione.
Ero solo fragile e non volevo ammetterlo, inventavo scuse per non smentire gli schemi e contavo i fili di fumo che ti scivolavano tra le labbra.
Tu mi parlavi di protezione e io insistevo con l’abbandono.
Volevo trovare un confine tra svanire e sfumare, deglutivo questa storia che non c’è amore senza mancanza e non riuscivo ad accorgermi che stavamo dicendo la stessa cosa.
Cantavi Nevischio, erano i Verdena e il fatto che senza un fine non ci riesco a stare.
Io pensavo alla fine e cambiavo il senso delle parole perché mi sentivo maltrattata dal silenzio ed ero stanca dei malfinali.
Ripetevo la mia versione dei fatti, e tu dicevi che non c’è mai qualcosa di inutile.
Mi arrabbiavo per cose a cui tu toglievi peso con gesti microscopici, urlavamo maledizioni alla banalità e alla fine mi ero delusa da sola.
Accarezzavi le tue piccole certezze, non volevi cambiare musica e trovavi un modo semplice per uscirne, mi dicevi che bastava avere un alleato per restare, che la guerra non esiste più quando gli inferni privati si dividono a metà, che era solo questione di scegliere un fronte con cui resistere.
Io mi sentivo sola al mondo e continuavo a chiedertelo senza aspettare la risposta.
E se la guerra sono io? mi ci asciugavo la gola.
Tu mi hai chiuso le labbra con un dito. Credo di essere nato partigiano, hai detto, e adesso so anche perché.
Ti guardavo e vedevo solo luce mentre tu non sapevi più in quale buio rovistare.
Con lo stesso gesto pulito, hai abbassato la coppola sugli occhi mentre io abbassavo le difese.
Non sapevo ancora niente ma per fortuna ho continuato a crederti.

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Pensare l’impensabile

Non ci penso quasi più.
E, quando ci penso, non riesco proprio più a pensarci.
Non esiste più, quel pensiero.
È stato frullato, buttato nella mischia, fagocitato dai tram, i libri da leggere e da raccontare, gli amori irrisolti e quelli scoraggiati, le bollette e tutte quelle storie che ho accumulato nella testa senza ancora riuscire a farle diventare lettere sulla tastiera, sequenze di parole, frasi, capitoli, fine. Una cazzo di fine.

Non ci penso quasi più.
E quando me ne accorgo c’è una tagliola che addenta quell’organo non ben definito che so di avere tra la pancia e il cuore.
È l’organo di tutte le vite precedenti.
Quelle in cui ridevo, piangevo, mangiavo, litigavo, lottavo, lavoravo senza quel pensiero perché quel pensiero non nasceva neanche. Era. Esisteva, piangeva, mangiava, litigava, lottava e lavorava vicino a me.
E allora potevo non pensarci perché in qualche ora lo avrei rivisto o avrei almeno potuto chiamarlo al telefono, lasciargli un messaggio con le calamite sul frigorifero, chiudere una discussione con un dito medio o pretendere un abbraccio di scuse.

E non si chiama per niente coraggio, non pensarci quasi più.
Si chiama adattamento. Si chiama dare un nome a qualsiasi altra cosa che hai intorno e non è ancora diventata pensiero. Per smettere, a un certo punto, di pensarci.
Per capire che sei qui comunque, che non puoi farci niente, e che anche quando avrai fatto tutto quello che puoi fare da sola, ce l’avrai sempre lì, tra le cose impensabili.

E io allora non ci penso quasi più.
Perché nonostante i chilometri percorsi, le trasformazioni sudate lì in mezzo, nonostante tutto il bello che ho lasciato entrare e le schifezze che ho messo alla porta, nonostante i regali che ho barattato e gli sguardi che ho sfidato, quel pensiero mi rimarrà addosso sempre. Sempre più vago, svuotato di voci e colori, diluito anche nei ricordi. Rimarrà confinato dentro quei muri stagni a ricordarmi che c’è un motivo per cui sono ancora qui a pensarci.

No. Non sono per niente coraggiosa.
Ho fatto solo quello che fanno tutti quanti.
Ho fatto in modo di non pensarci quasi più.
E oggi so che, anche se dovessi smettere del tutto di pensarci, quel pensiero continuerà a mozzicare il mio organo immaginario.
E sarà, mio malgrado, ogni volta reale e impensabile.

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Adara Sánchez Anguiano

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abbarbicare

c’è un parola che mi gira in testa da stamattina.
ho bevuto tre caffè, finito un libro bellissimo e agghiacciante, fatto la doccia e cambiato due vestiti prima di prepararmi per uscire.
eppure continuava a tornare.

abbarbicare.

ripetuta anche ad alta voce, mi suonava come qualcosa di nascosto, difficile, impenetrabile.
poi l’ho guardata meglio.

[ab-bar-bi-cà-re (io ab-bàr-bi-co)]

è qualcosa che c’entra con il mettere radici, attaccarsi, stabilirsi in un luogo arrampicandocisi sopra.
significa decidere una cosa e volerla al punto da farla diventare casa.
come le piante che tendono verso l’alto, salgono, salgono e stringono finché non si sono prese il muro, ostinate fino al loro spazio meritato, l’aria, il cuore.

ho fatto salire un altro caffè e alla fine l’ho ascoltata meglio.

abbarbicare.

c’era dentro la barba.
in quella parola c’era, prima di tutto, la barba.
che, sì, è quella cosa che ad alcuni cresce sulle guance, si espande, si radica e devi decidere di toglierti, se la vuoi togliere, ma continuerà a spuntarti tra il naso e la bocca.
come le parole.
ma è la stessa cosa in cui puoi nasconderti, o aggrapparti, o torturare con le dita quando sei nervoso.
un posto intimo e inespugnabile.
come il silenzio.

e allora che sia un marinaio, babbo natale, mago merlino, gesù o un hipster, non importa.
uomini o donne che siate spero abbiate una barba su cui arrampicarvi, su cui mettere radici, spero abbiate una barba da non abbandonare.
e spero sia una barba difficile in cui aggrovigliarvi, una barba piena di nodi per non annoiarvi mai.
una barba da scegliere per nascondervi.
una barba di cui fidarvi.
una barba da difendere con le unghie e con i denti.
una barba che ne valga la pena.
la auguro a chiunque sulla faccia della terra.
tenetevela stretta, la barba che avete.

nel frattempo, io ho passato una giornata intera, ho chiesto altri caffé, fatto il mio lavoro e bevuto un certo numero di  birre.
e ancora ci penso.
a quanto mi piaccia passare una giornata con una parola abbarbicata in testa.

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Antonio Bonanno

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fatti (non metafore)

il fatto è che questa volta abbiamo fatto tutte le cose per bene.
il fatto è che la mattina di natale mi sono seduta col mio caffè e ho cominciato a scrivere messaggi di auguri, un messaggio diverso per ognuno di quegli auguri a cui ho scelto di fare invia.
il fatto è che erano almeno sei, sette natali che neanche mi passava per la mente di augurare un bel niente a nessuno.
il fatto è che ho scelto pochi regali, ma tutti giusti, per le persone giuste.
il fatto è che ho fatto anche una foto scema e l’ho mandata al mondo, sì. ridendo.
il fatto è che se un giorno il mio treno dovesse esplodere davvero sono certa di avere qualcuno che saprebbe finire la mia storia come la finirei io.*
il fatto è che abbiamo fatto la spesa in un supermercato vuoto, preparato le lenticchie e tutta una cena vera, incluso il panettone che non abbiamo neanche contemplato.
il fatto è che abbiamo rovistato il fondo dei nostri cassetti per ritrovare un diavolo di paio di slip rossi, con il pizzo. e c’erano.
il fatto è che abbiamo bevuto due bottiglie di vino ricordando tutte le occasioni che siamo riuscite a perdere. bucintoro incluso.
il fatto è che siamo riuscite a restituire un ordine temporale a ricordi che neanche ricordavamo più di avere.
il fatto è che però ci siamo dimenticate di ricordare anche tutte le occasioni che abbiamo spolpato, divorato e così via, e che sono molte più di quelle di cui sopra.
il fatto è che forse dovevamo davvero infiltrarci a quella cena, ma le nostre focaccine erano senza dubbio più buone. e anche, senza dubbio, se abbiamo dato un certo posto a certe cose, beh forse semplicemente quello è il posto in cui devono stare.
il fatto è che abbiamo stappato il nostro spumante urlando vaffanculo fortissimo e che i tuoi occhi brillavano più delle nostre stelline. che ti hanno fatta felice, quelle stelline sì. anche quando si sono spente prima del tempo.
il fatto è che su quella bottiglia c’era scritto Nino e che il 18, per me, è un numero importantissimo.
il fatto è che abbiamo dato fuoco alla nostra lanterna cinese, ma abbiamo espresso il nostro desiderio abbracciandoci fortissimo. più fortissimo del vaffanculo.
il fatto è che l’abbiamo riformulato, il nostro desiderio.
e anche il fatto è che non ti ho detto da dove veniva quella lanterna e perché l’avevo comprata, ma devo ammetterti adesso che vederla spegnersi sul tetto sotto di noi per me è stata una conferma.
il fatto è che ci siamo addormentate presto e brille, ma stavolta abbiamo fatto tutte le cose per bene.

e stamattina, mentre tu passeggiavi con il nostro bestione nel freddo, io sono uscita sul balcone e sono andata a salutare le rose di Sergio.
il fatto è che erano belle come me le ricordavo. coraggiose e resistenti come me le ricordavo.
il fatto è che mentre le guardavo mi sono sentita improvvisamente svuotata, triste il giusto, ma mi sono sentita finalmente libera.
il fatto è che non mi importa più come va a finire.
il fatto che mi importa è che stiamo facendo davvero tutte le cose per bene.
e il fatto vero più di tutti i fatti è che le rose di Sergio lo sanno.

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*p.s. la scena finale però è già scritta, la devi solo sistemare. è sempre in quella cartellina #dicembre e si chiama fine, appunto.

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buonnatale, fanne quello che vuoi.

manca un giorno, l’inverno è ufficialmente inverno e i conti saltano sul tavolo da soli mentre restituisco alla mia stanchezza l’ovatta che si merita.
eppure quest’anno il freddo è meno freddo.
mi tocco le dita, le orecchie, la punta del naso e quasi non ci credo.
che non ci sia più quel gelo spaccaossa.
che da questo divano io possa vedere il mio barattolo pieno di lucine invece che i fantasmi che pestano i piedi.
la tranquillità al posto della tristezza inconsolabile.
un arcobaleno che al mio comando prende forma sul muro bianco.

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Le invenzioni antifreddo di Stína – Lani Yamamoto

lo sai anche tu come funziona con le assenze, che lasciano la circonferenza tagliata dentro l’aria delle stanze.
non ci credevo eppure poi impari a scardinarle.
ad arrenderti alla vita che continua, alle mancanze che si dissolvono e diventano sottofondo, ai piccoli segnali che il mondo che resta ti infiocchetta sotto l’albero.
impari a lasciare andare qualcosa che non può restare, a vedere qualcos’altro che si appoggia ai vetri della tua finestra senza appannarla.
impari a farlo entrare piano, senza fretta.

questo natale mi sono fatta un regalo.
il regalo che mi sono fatta è mollare le resistenze e accettare quello che sento per quello che è.
per quello che sono oggi.

con naturalezza e senza vergogna.

lascio scendere il bianco sul nero che ho sparso sulla mia strada e calpestato fino a oggi.
non mi arrabbio più.
per chi non c’è e non torna.
per chi potrebbe esserci e non c’è.
per chi vorrebbe esserci e non può.

non mi immagino più in nessun posto diverso da quello in cui sono nel momento in cui sono.
ho aperto la porta per provare a stare qui, nella realtà.
per non inciampare nei passi troppo lunghi, per dare fiducia alla concretezza, per saper dire no, per imparare a chiedere.
e a proteggermi.
se n’è andato anche saturno, per sicurezza.

adesso sì, adesso posso abbassare la guardia.
posso tornare a credere alla solidità, la mia.
so quello che posso io adesso.
posso accettarlo e non smettere di farmi sorridere.
non ti prometto che durerà per sempre, ma che voglio provare a farlo resistere, questo sì.

per favore non ti chiedere se ci sei tra queste righe, perché io non lo so. ma spero troveremo un posto dove farti stare in quelle che arriveranno.

quindi buonnatale.
ti voglio bene, fanne quello che vuoi.
e tu, tu fai quello che riesci.

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Le invenzioni antifreddo di Stína – Lani Yamamoto

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Le cose (ovvero il gioco del silenzio)

Sono tante le cose che non sai di me.
Ad esempio non sai che quando ero bambina andavo a pescare. Mio zio mi caricava sulla panda 4×4 con gli scarponcini già fatti di fango dalla volta prima e mi parlava di cucchiaini. Io mi immaginavo quelli dello yogurt e rimanevo sempre felice quando scoprivo che, invece, quegli affari da legare alla canna erano come degli orecchini pendenti e per di più cangianti. Li buttavo nel laghetto tra le montagne e mi dimenticavo anche di quanta impressione mi facessero le uova di rana, a nidi, nell’acqua bassa della riva. Mi piaceva veder guizzare di rosa e verde e oro questi oggetti magici. Vibravano nell’aria prima di affondare giù e sperare di essere afferrati. Non mi piaceva per niente, invece, quando venivano afferrati sul serio e dopo aver girato il mulinello come pazzi, aver preso il retino e tutto, lo zio si avvicinava con il bastone alla testa del pesce e fine.

Avevo anche una tartaruga. Ce l’aveva mio fratello per la verità, a me non piaceva granchè, perché quando l’abbiamo trovata era poco più  grande di una noce e in sei mesi era diventata una mattonella. Scappava sempre dalla vasca e ogni volta rischiavo di calpestarla tra il disordine sparpagliato sul parquet della mia camera. Non lo so se è ancora viva, Clorofilla. Un giorno abbiamo dovuto portarla via da casa e nessuno di noi ha mai più chiesto a chi ce l’ha come sta.

Non sai neanche che ho deciso di trasferirmi a Venezia mentre guardavo la mostra di Andres Serrano. Me l’aveva regalata Giacomo perché ero finita nel suo ufficio all’ultimo piano con il prurito agli occhi e continuavo a girare sulla sua sedia girevole, triste e indemoniata insieme. Lui mi ha portata a vedere quelle foto durissime, ha deciso che non le avrebbe usate per la prossima copertina che doveva fare per mondadori e poi, davanti al Cristo nel piscio, mi ha detto: vai e diventa brava. E io sono andata.

Una volta eravamo in giro in camper. Io stavo in mansarda perché mi piaceva da matti viaggiare sdraiata e vedere la strada dall’alto. Faceva caldo, eravamo in autostrada e io ho aperto l’oblò: ho girato la prima maniglia, poi la seconda, poi la terza. Volevo un filo di vento in faccia. Il finestrino è schizzato via, ha rimbalzato sull’asfalto ed è sparito puff.
Le ho prese, sì.

C’è una persona a cui voglio molto bene, una persona che per me è casa. Quando ci siamo separati, ha promesso di mandarmi un bacio al giorno per un anno. E l’ha fatto. Per un anno. Con le onomatopee e tutto.

Non sai che la tua foto è nel cassetto. L’ho messa a faccia in giù, a guardare i biglietti di auguri che ho collezionato negli anni, i bottoni di ricambio che non userò mai anche se i bottoni ufficiali dovessero saltare, e gli scontrini delle cose che mi vergogno di aver comprato e penso che un giorno indefinito restituirò. C’è anche il santino di San Nicola di Bari, là in mezzo, che mia zia diceva facesse miracoli. È a faccia in giù anche lui, così non mi arrabbio più.

Ah, e un’altra volta ho fatto la pipì addosso a mia cugina. Mica apposta eh. Ma avevo cinque anni, dormivamo testapiedi nel letto a castello a casa dei nonni e io quella notte, me lo ricordo ancora, ho sognato che mi scappava fortissimo. Ho sognato anche che mi alzavo, scendevo la scaletta del letto a castello, arrivavo in bagno, mi sedevo sulla tazza e tutto. E invece!

Anni fa, piuttosto, mi sono innamorata secca dell’insegnante di nuoto di Riky. Era un buzzurro di periferia, ma aveva due spalle così e gli occhi verdi, mi piaceva un casino guardarlo da dietro il vetro con le gocce tra l’umidità e l’odore di cloro. Alla fine gli ho scritto una lettera, ho cercato l’indirizzo (viveva nelle campagne!) e gliel’ho spedita. Una lettera divertente eh. Lui mi ha mandato dei messaggini carini, voleva vedermi. Allora gli ho detto che ero quella con il cappotto rosa fragola dietro il vetro. E niente, non l’ho sentito più. Maledetto rosa fragola.

Una volta ho investito un tizio dal benzinaio. Erano i primi mesi di patente e mio padre mi aveva dato una macchina più grande delle mie abilità di guida. Io sono entrata lenta e tremolante dal benzinaio e, mentre mi avvicinavo alla pompa, ho sbagliato piede e ho schiacciato l’acceleratore invece che il freno. Ho camminato con tutto lo pneumatico sul piede del tizio che stava finendo di fare le sue cose con la sua benzina.
Lui non si è fatto quasi niente, ma io non ho voluto più guidare per mesi. Alice mi portava i baci perugina per dirmi che non dovevo scoraggiarmi e soprattutto dovevo tornare a prenderla a casa in macchina, ma niente. Ci ho messo altri mesi.

Ad esempio non sai che quando avevo quindici anni ho rinunciato a un ragazzo che mi piaceva tantissimo perché piaceva tantissimo anche alla mia amica del cuore. Quella mia amica del cuore che, dieci anni dopo, ha sposato il ragazzo di cui sono stata più innamorata al mondo. Era un altro ragazzo, sì.

E anche che da piccola, quando d’estate eravamo tutti al paesello, io e miei cugini mettevamo la sveglia alle cinque del mattino, ci vestivamo e uscivamo nella luce che iniziava. Passavamo davanti al forno che espandeva il profumo del pane per tutti i vicoli e le pietre, ci compravamo una rosetta a testa, ancora bollente, poi ci perdevamo nelle campagne. Dicevamo che andavamo a correre, ma in verità cercavamo solo un posto incredibile per mangiarci quel pane che continuava a profumare per ore. E lo trovavamo sempre.

Ua notte d’inverno sono scappata a Roma. Venezia stringeva tantissimo e non sapevo più come girarmi nel letto. Fuori non era ancora mattina, mi sono messa il mio maglione a tappeto, il berretto fino sopra gli occhi, ho lasciato un biglietto sulla porta e sono andata in stazione. Laura l’ho chiamata direttamente dal treno. Non mi ricordo niente di quei giorni. So solo che la mia amica era lì, a raccogliermi in stazione Termini senza chiedere nulla.

Ho anche una scatola dei ricordi. Per anni ci ho messo dentro tutto quello che non volevo passasse. C’è anche la maglia del Napoli (di Schwoch), i messaggi scritti sui Tempo che gli amici di Gioi mi lasciavano sul parabrezza la notte prima che partissi, la cicca che masticavo quando ho dato il primo bacio (che schifo!), i braccialetti dei desideri con tutti i desideri, la trecciolina di quando avevo tutta la testa di treccioline, il poster del Corvo tutto piegato per stare nella scatola.
So tutto quello che c’è dentro, solo che non la apro più.

Non sai che ho appeso tre nuovi quadri in camera, che ho girato la scrivania, comprato un pouf di maglia, spanato la billy e regalato all’amsa il tappeto verde.

C’è un’altra cosa che non sai di me.
Ed è che alcune le sere apro quella finestra, ci metto il naso dentro.
Cerco di capire dove sei.
Poi la richiudo. Con il dito scorrevole e gli occhi infreddoliti.
Sapendo che non ti chiamerò.
Non tocca a me.

Virginia Mori, Il gioco del silenzio
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Soluzioni per quando fa freddo

Incastrarsi.
Con la gola in un gomito.
Le vertebre sulla pancia.
Le ginocchia acute, dentro le ginocchia.
Le ciglia che si baciano forte.
E un respiro rotondo nell’orecchio.

Dormire.

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Agustin Olavarria – Pensamenti

 

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