R[u/i]ghe

E come stai?
Bene
Sì? Bene?
Non sto bene per niente
Ecco, allora dimmelo
Lo sai che non sono brava a parlare
Allora scrivimelo
Da quando è iniziato quest’anno mi sono comparse due rughe
Due rughe?
Sì, qui, le vedi? Tra la guancia e l’orecchio, sono due fossati, uno dentro l’altro perché hanno la stessa radice
Non esagerare dai, io non vedo niente
Guarda bene, non le avevo prima. Ti ricordi di me prima?
Sì che mi ricordo di te. Mi ricordo di te e basta
Una volta non ti ricordavi di me
Una volta non ci eravamo visti
No, io ti avevo solo dimenticato, come quelle cose che incroci e pensi che non ci avrai a che fare mai. Ti avevo sottovalutato, forse
E ti sarebbe andata meglio, forse
Forse. Ma non posso giurarlo. È stato così bello quando mi hai vista
Era molto bello guardarti
Gli ho dato un nome per ciascuna
Alle rughe?
Ai due solchi che mi hanno cambiato la faccia
La tua faccia non è cambiata per me
È cambiata invece. Si sono scritte le mancanze. Ci sei scritto tu, dentro una di quelle righe
E l’altra?
Con l’altra non ci posso fare niente
Ma non erano rughe?
Sono segni, mettiamola così. Segni di quello che ho perso e non torna
Quindi hai disegnato?
Non ho disegnato, no. Ho pianto molto però
Ti ricordi quei due che abitavano di fronte a casa mia?
E come faccio a dimenticarli? Erano il nostro film preferito dopo quelli che ti facevano addormentare sul mio divano
Li ho conosciuti, sai?
E che effetto ti ha fatto? Di solito io quando invento le storie rimango molto delusa dalla realtà
Non li vedevo più, pensavo si fossero lasciati
Non bisogna lasciarsi per forza
Vero, però litigavano sempre
Magari erano più forti dei loro litigi e dopo aver litigato facevano quello che si fa sempre dopo
Mah, ho qualche dubbio. E poi dal mio balcone si vedeva anche dentro la loro camera
Guardone! Ti mancano?
Beh erano una compagnia
E noi?
Noi non litigavamo
Forse avremmo dovuto, sarebbe più semplice e soprattutto dopo potremmo avere dei dopo. Però intendevo: noi non ti manca?
Io non voglio litigare con te
Neanche io, ma questa mancanza è peggio
Senti, mi dispiace
Senti, se ti dispiacesse davvero questo dialogo esisterebbe e noi non avremmo nessun problema di vocali

E dopo?
Dopo non ci sarebbe bisogno di dire altro.

 

 

 

 

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Omaggi anatomici

In un momento di distrazione
ti ho messo una pulce nell’orecchio
a bruciapelo
ti ho chiesto:
preferisci
le farfalle nello stomaco
o
la testa tra le nuvole?

Mi fidavo del tuo cuore ardente
e dei tuoi occhi dolci
invece avevi
le ali ai piedi
e
soprattutto un tappo
alla bocca dell’anima.

Ti sei chiuso a riccio
sfoggiando la miglior coda di paglia
e io
con un nodo in gola
ho sentito
il diavolo in corpo
e per farlo stare zitto
ho ingoiato il rospo.

Poi ho maledetto
la mia lingua biforcuta
il mio cuore è diventato di pietra
e tu
tu
solo un tarlo della mente.

lamento-appassionato-zac

Lamento appassionato  da Trattato di anatomia emozionale

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Una cosa è una cosa è una rosa (e altre celebri citazioni distorte)

Voglio un pensiero superficiale
che renda la pelle splendida*
(ManuHell)

 

Se c’è una cosa che non sono mai riuscita a fare per bene è tenere le cose come sono.
Le cose nelle cose.
Può sembrare una deformazione letteraria, ma ho sempre preferito vederlo come un vizio di forma, un modo per rompere il meccanismo, l’ho sempre considerato come quella cosa che ha a che fare con l’anti-resa, un guaio che ha a che fare con la speranza, con la bellezza.
Dico guaio perché è irreversibile: quando ti accorgi che sotto la lastra di ghiaccio c’è un altro sistema, più sottile, che si muove e muove altre cose, come fai, dico, a starne lontano? A fare a meno di sentire che ci sia? Come fai a non pensarci sempre?
Se i cromosomi degli antenati possono tornare dopo generazioni in un DNA con gli occhi blu o un un karma ingrato, se due particelle che si sfiorano possono essere legate ad anni luce di distanza, se una farfalla provoca un terremoto, dico?

Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa insisteva Gertrude Stein per ricordarci di guardare le cose come sono. Io però a ogni rosa che aggiunge vedo un pezzo in più: il colore, le spine, i petali, il vaso, l’odore, i parassiti, un dettaglio che non può essere ignorato per vedere bene le cose, appunto.

Metti ad esempio l’amore.
Penso spesso e molto a chi c’è e chi no, a tutte quelle cose che rimandiamo per una serie di motivi che hanno a che fare con la paura, con la pigrizia, con la superficie, con il disgelo e l’eterno ritorno, con il fatto maledetto che confidiamo nel tempo, ci convinciamo di aver tempo da perdere e invece finisce solo che nel tempo ci perdiamo.
Ho imparato che amore è chi ti fa pestare i pugno sul tavolo e spaccare le porte tutte quelle volte che ne hai bisogno, chi non dorme se ha litigato con te o se l’ha fatto troppo poco, amore è chi vede le incrinazioni, le cose nelle cose e ci crede nonostante tutte le cose.
E ho capito perché ho sempre paura di rompere ed è perché non sono brava a riparare.
Però so anche che sono un buon riparo.

Ecco. Tutta questa storia delle cose funziona come con l’amore: che si sa che vince chi fugge, ma alla fine ottiene quello che vuole solo chi resta.

È la crepa di Leonard Cohen, da dove filtra se no tutta quella luce?
Oppure.
Come la mettiamo con il Gratta e Vinci?
Come puoi anche solo immaginare di vincere tutti quei fantasmiliardi se il dorso della monetina non lo usi per cancellare quella pellicola simil-argentata che ti si appiccicherà sulle mani e ovunque?
Sono sicura.
C’è un mondo sotto che è rischioso, ma c’è.
Non può essere solo una proiezione, quello che vedi sotto c’è anche solo se per un istante l’hai pensato, c’è, ha una sua energia che gli altri percepiscono e di cui si alimentano tutte le volte che possono.
Un mondo dove non sempre si vince, ma quando si vince, cazzo se si vince.

Ecco perché credo alla leggerezza, ma non alla superficialità.

Mi hanno spiegato che la superficie è quel posto attraente, rassicurante, che ti riflette tra le cose e rimbalza, quel posto dove le cose sono solo le cose e tu puoi non sentire oltre, sei libero di non aspettarti e far aspettare agli altri più di ciò che vedi.
La superficie è quel posto dove puoi convincerti che non ci siano le cose sotto le cose, ma accumulare cose su cose.
Senza morsi né pianti, solo rim-

*A salvarmi, vieni a salvarmi, bacia il colpevole se dice la verità.

L’unica domanda che mi sento di farti da lì è.
E tu, a cosa stai rinunciando?

La leggerezza ha una sua consistenza precisa, lo diceva quel maestro là con le sue lezioni americane: Leggerezza. Rapidità. Esattezza. Visibilità. Molteplicità. Consistenza.
La leggerezza è il contraltare della pesantezza, è un modo di fare rivoluzione vivendo tutte le cose e riconoscendo quelle che ci sono sotto, la leggerezza è amica della bellezza, del coraggio, della concretezza e della mobilità.
Lo diceva lui e io gli credo.
Credo che sia una questione di distanza dalle cose.
Guardarle, capirle, sentirle, sezionarle e sapere che ci sono tutte, ma non incastrarsi lì, toglierli peso, con intelligenza, quando iniziano a portare giù.
Perché sì, dall’altra parte c’è l’abisso e di fare il palombaro non ne ha più voglia nessuno.
Ho visto il fondo delle cose / poi sono tornato in superficie / e adesso a che mi serve / di aver visto il fondo delle cose?, questo invece lo scriveva Moravia.

Il punto è che ad un certo punto non la smetteresti più di dare possibilità alle cose di essere anche sotto-cose.
E potrei distorcere altre centomila celebri citazioni da portare come prove di cose che sono rose.
Credo che dentro una foto ci sono pure i baci che hai dato e che ti hanno dato, mi insegnava Letizia Battaglia ieri da quel muro impregnato d’amore, ad esempio.

Invece no.

Una cosa è una cosa, diceva Holden a Phoebe quando lei lo sgridava di non saper dire una cosa che gli piaccia, una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, insisteva Gertrude in ogni caso, un sasso è un sasso, una piuma è una piuma, un amore è un amore, uno spreco è uno spreco, un no è un no, un muro è un muro, una verità è una verità,

un no è un no.

*perciò io maledico il modo in cui sono fatto
il mio modo di morire sano e salvo a cui mi attacco
il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia quello che non c’è.

Allora svuoto le tasche, il cuore, i pensieri
apro le finestre, le gambe, i chakra
e viceversa.

Una cosa è una cosa.
Ma io, in ogni caso, mi merito una rosa.

holden-fronte

Il giovane Holden, Grazia Sacchi per TINALS

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L’estate è violenta (Anno Otto)

Di questa città abbiamo contaminato tutto.
Lo abbiamo fatto insieme, mentre i nostri corpi si spostavano nello spazio, si occupavano di risate, racconti, baci, meraviglia, e poi incrinazioni, silenzi, dubbi, e ancora qualche abbraccio perché lì in mezzo c’erano i pezzi di un amore che meritava di andare lontano.
Abbiamo preso la Darsena e anche il fondo dei navigli, un paio di parchetti nascosti e le saracinesche dei locali chiusi la notte. Il mio quartiere, in lungo e in largo, e il tuo quartiere, solo un po’ in lungo. Abbiamo toccato Niguarda e Giambellino, abbiamo girato il Castello e la Martesana, qualche cinema, i supermercati, i cortili e i parcheggi, la stazione e Porta Venezia.
Abbiamo preso le strade che portano alle autostrade, per almeno un paio di altre città, un lago e una montagna.
È vero, non è tutto.

L’estate è violenta.
Scioglie i confini delle cose e del tempo, si appiccica lì dove eri felice e non lascia tregua, quando non ti riconosci più.
Rido, piango, mi accartoccio, ogni tanto mi sorrido di nuovo e poi perdo la brocca, Pandora è scoperchiato e guardo ballare le pieghe del caldo tra le mancanze con cui non riesco a far pace.
Quelle antiche che si sovrappongono a quelle vive, tutte bastarde, ingrate.
E sono fuori moda, fuori tempo, sono patetica, sono dolorante.
Ma sono vera, sono nervosa, luminosa, sono forte.
E fa male non riuscire a dirlo che

mi dispiace così tanto che sei andato via
che se lo dico un’altra volta sono matta davvero
mi dispiace così tanto che sei andato via.

Quando la vita è tutta un andare via, pezzi che si strappano con durezza e tu devi alzare gli occhi e continuare e quando diventa grave devi ascoltare solo i piedi, dimenticarti il cuore, concentrarti per sentire i movimenti delle articolazioni, solo quello, non occuparti del burrone che hai alle spalle e tutto intorno, non preoccuparti del rimbombo nella cassa toracica, pregare di non perdere l’equilibrio una volta per tutte.

Stare a te stesso.

E non impazzire all’idea che sarebbe tutto molto più semplice, sarebbe così sano tenersi stretti non lasciarsi, contaminare tutte le strade, riconoscersi restare e ridere diosanto, quando insieme si ride bene, ridere e toccarsi in tutti i punti, soprattutto quelli stretti, ferirsi e guarirsi, darsi i modi e i tempi, per avvicinarsi, conoscersi, lasciarsi andare nel verso giusto, che dall’altra parte è inferno e lo conosciamo bene.

Stare, per una volta.

Di questa città abbiamo contaminato tutto.
L’ho fatto io tutte quelle volte che ti ho portato in giro con me attraversando gli altri angoli.
Sulle linee degli autobus, consumando i piedi nell’asfalto, in Bovisa, a Rozzano, in Porta Romana e a Porto di Mare, nel largo del tuo quartiere, a teatro, nelle mostre, nelle birre e sotto i lampioni, in metropolitana e pure sugli aerei, in circonvallazione che così adesso c’è dentro tutta la città davvero.
L’ho fatto quando sentivo l’inizio e immaginavo traiettorie, l’ho fatto durante scegliendo insieme dove andare e l’ho fatto alla fine.
Quando la strada sembra chiusa, gli occhi si incontrano ancora ma il futuro si blocca in gola, lì, accanto al presente svuotato e alle domande incastrate tra le corde vocali.
Con i gesti che ti restano nelle mani, le parole, ferme dietro le pupille e quel tram che si beve tutte le lacrime della città.

L’estate è violenta, ma passa, la mancanza non lo so.
E sono fuori luogo, fuori misura, sono testarda, (dis)illusa, sono limpida, sono feroce, disperato erotico stomp.
Se ho perso anche questa volta non ho più intenzione di vergognarmi di me, non scappo più.
Forse è solo che quando sei felice te lo dimentichi un po’ da dove vieni, ma quel da dove vieni raramente si dimentica di te.
E forse hai fatto meglio tu, a salvarti la vita in tempo.

Io nel frattempo guardo la mia battaglia, accendo una sigaretta, lascio bruciare.
La nicotina, la pelle, la città, l’estate, il cuore.
Ma non voglio più dare i miei smarrimenti in pasto a nessuno.
Sanguino. Quindi sono viva.

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Natalie Foss, Addiction

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Passerà

E se vale la pena rischiare
io mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore
(Ernesto Guevara)

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Ciao Igi,
non farò grandi giri di parole: non solo non sono Marco, ma Marco non è mai passato a prendere quello che avevi lasciato per lui.
Io però l’ho custodito, per almeno due anni, gli ho tolto la polvere e l’ho cambiato di posto ogni volta che aveva bisogno di un posto nuovo.
E me lo ricordo il giorno in cui sei venuta in libreria.
Non mi ricordo il tuo taglio di capelli o la forma degli occhi, ma mi ricordo il modo in cui ti muovevi tra i libri di fotografia cercando qualcosa che non sapevi spiegarmi, mi ricordo l’imbarazzo con cui mi hai chiesto se quel libro che avevi poi scelto e comprato lo potevo tenere lì, che sarebbe passato un ragazzo a prenderlo, mi ricordo quante volte hai riletto quei fogli prima di infilarli nel pacchetto insieme a un’altra busta e dirmi: si chiama Marco, te lo lascio qui, verrà a prenderlo.
Mi piacciono le storie e avrei cercato qualche indizio, qualche frammento di questa che mi stavi affidando, ma ho chiuso il pacchetto e ti ho detto solo: va bene, ci scrivo sopra che è per lui.
L’ho messo sulla mensola, ci ho scritto passerà.

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Agli altri librai che mi chiedevano cosa fosse quel pacchetto lassù, dicevo solo: è una storia, qualcuno verrà a prendersela.
E ho continuato a cambiargli posto e a controllare che fosse sempre a posto.
Solo che sono girate le stagioni e Marco non è passato.
E a furia di spostarlo, di custodirlo, gli angoli del pacchetto hanno iniziato a rompersi, la carta a sbiadirsi, le cose che c’erano dentro a cercare di venire fuori.
Io a pensare che Marco non sarebbe passato mai.
E neanche tu, per sapere se poi tutto era andato dove doveva andare.

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Alla fine l’ho tolto dalla mensola, l’ho tolto da quel pacchetto che era diventato un massacro, il foglio con scritto passerà si era già tolto da solo.
Ho guardato per un po’ quelle pagine piegate e quella busta bianca da fotografie, mi sono chiesta cosa dovessi farne, se ne avessi il diritto.
E no, non lo avevo.
Ma ero stanca anche io di cose lasciate sulle mensole, di storie senza finale, di parole sospese e regali buttati via.
Ho scritto tante lettere d’amore e ogni volta ho giurato che non l’avrei fatto più, che non volevo più restare senza risposte, senza speranze, senza cuore.
E invece poi le ho scritte ogni volta.
Ogni volta che ho pensato ne valesse la pena nonostante tutto.
Ogni volta che quello che mi girava dentro e non mi lasciava dormire era più forte del fallimento, dei no, dei silenzi e di tutto quello che non passerà.
Ogni volta che mi sono sentita patetica, sentimentale e tutta quella sfilza di aggettivi che si attribuiscono a chi non smette di sbattere la testa contro i muri duri, e niente non smette anche se passano le stagioni, i nomi, le mani e le fotografie.
Penso, a un certo punto, che le lettere d’amore le scriviamo per noi.
Per ricordarci che sentiamo e per non smettere di farlo.
Penso che la disperazione di sentirsi a senso unico sia più viva di chi non sente più niente, di chi non prova almeno a dirlo.
Credo in quel guizzo di coraggio lì. Che vale tutto il resto, quando ci credi ancora.

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E io spero che Marco sia arrivato a casa tua, all’improvviso.
Che ti abbia messo baci ovunque e abbiate fatto l’amore fortissimo, stupendovi di scoprire come si possa fare fortissimo, l’amore.
Spero che vi siate dimenticati di tutto.
Anche della lettera, del libro, delle fotografie.
Del buio e degli anni in mezzo.
Ma non voglio neanche passare per quella che ha visto troppi film.

E quindi se Marco non ha trovato il tuo citofono, come non ha trovato la strada per la libreria, per prendere il tuo regalo, io volevo solo dirti che la bellezza che hai messo lì dentro è arrivata a qualcuno che, sì, doveva farsi i fatti suoi.
Ma che per un momento si è sentito meno solo.
E ha pensato che la bellezza è più importante di chi non trova la strada per venire a prendersela.
Passerà.

Continuo a custodire tutto, se lo rivorrai indietro è qui.

Perdonami.

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Terra

Mio padre era un uomo di terra.
Terra che era la sua origine, la sua mitologia, il sudore ogni mattina presto sul trattore, terra la sua canzone e quell’aroma brullo sotto il sole a cui torno ogni estate.
Ho raccolto un catalogo di odori e altri fatti sensoriali che ormai mi basta immaginare per sentirmi lì.

Mio padre era terrone.
Nel senso più vero del termine, quello che contiene le zolle, il sud Italia, la resistenza e tutta una serie di valori che riguardano l’appartenenza, la lealtà, la fatica, la gentilezza degli scambi e la capacità di non farsi calpestare, il sangue che ribolle.
La pasta fatta in casa con il ferro dell’ombrello e la tavola sempre imbandita, anche a pane e cipolla, per chiunque meriti di restare.
Il rispetto, anche, per tutto questo.
Nel senso più romantico e meno patriarcale del termine, pure se sì, sono figlia di un uomo del sud e le mie lotte me lo ricordano bene.
Non è un caso che la leggenda racconti di mia madre, in viaggio verso un’altra terra, un altro uomo, che si ferma una sera per sbaglio e lo trova su quel palco in mezzo alla piccola piazza, lui da solo a recitare O’Zappatore.
Mia madre che si ferma lì e l’altra terra non le interessa più. Resta.

Mio padre era terra anche nel segno zodiacale, materico, testone, duro, di cuore.
Io sono acqua, è per questo che spesso abbiamo fatto fango.
Ci capivamo poco e litigavamo molto, anche se ci amavamo in modo incondizionato, che acqua e terra sono complementari.
Ci parlavamo poco, per fortuna ci siamo scritti delle lettere dove posso tornare.
Apro i cassetti e lui è sempre qui.
Era terra anche nelle metafore, mio padre.
Voleva che mi entrasse nella testa e forse non si era accorto che ce l’avevo già nella carne.
La terra.
Diceva che bisognava aprirla, ribaltarla e affidarle quei semi che ci avrebbero nutrito, che bisognava curarli e avere qualcuno con cui condividerli.
Gli ho sempre creduto, su questa storia del seminare.
L’ho fatto spesso sovrappensiero, ingenuamente, a volte controvento, ma non ho mai smesso, ho capito che è il gesto a contare più del metodo.
L’ho capito ogni volta che non mi sono sentita sola, piegata sotto il sole, a raccogliere.
Ogni volta che una mano che non era la mia portava a casa un pezzo, me lo restituiva.

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Mio padre è tra la terra della sua terra.
Io ci ho messo anni, ma oggi non ci penso più, non con quella disperazione.
Ogni tanto gli parlo attraverso il mio soffitto, o tra gli ulivi del suo sud, ma è solo una scusa per usare la voce.

So che lo ritrovo a ogni stagione di raccolto.
Ogni volta che mi ricordo che è il tempo, e ogni volta che, a sorpresa, apro la porta e ci trovo davanti un cesto pieno di colori terracei che qualcuno ha lasciato lì per me.

Un po’ lo ringrazio e un po’ lo maledico, come è sempre stato.
Per tutto il letame spalato nel mezzo, la merda ingoiata, le erbacce a casaccio e tutto quello che si è seccato invece di germogliare.
Ma, insieme a mio padre, lo diceva anche quello là: che dei diamanti non ce ne facciamo niente, noi fatti così.

Vogliamo i fiori.

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In ordine sparso

orenzo de Rita. Un kit tra castelli in aria, eteronimi e bioluminescenze.

Lorenzo de Rita. Un kit tra castelli in aria, eteronimi e bioluminescenze.

C. Una cosa non facile

Penso spesso alle resistenze.

La resistenza che fa la carta quando la pieghi, la resistenza elettrica che salva la vita, la resistenza partigiana che ha liberato, la resistenza di una pianta quando ci sono parassiti, trombe d’aria e tutti quegli agenti esterni che vorrebbero sabatorla e invece no, lei ha le radici impiantate solide dentro la terra, la resistenza che fa una marcia a entrare se non schiacci bene la frizione.
Le resistenze, quelle che facciamo noi, quando vediamo delle cose belle e le teniamo lontane, smettiamo di sentire, le mettiamo da parte, perché ci spaventa l’idea che se le accogliamo davvero potrebbero poi per qualsiasi motivo andare via e noi impazzire di conseguenza.
Ci riesce così bene, resistere alla felicità, che troviamo un milione di modi per farlo.

Le resistenze, quelle che invece due persone fanno insieme, per salvarle queste cose belle, quando capiscono che sì, si può rompere tutto, ma vale la pena provarci fino in fondo, che c’è qualcosa di raro negli incontri, negli scambi, nell’elettricità che permette a  due particelle di incontrarsi nello spazio/tempo, che è una fatica, un compromesso, come tutto del resto, ma vale la pena, stare lì a vedere quello che succede, darsele tutte queste possibilità, che forse è meglio investire su un amore che su un rimpianto, stare e basta, senza re-, stare senza remore.

E se si fallisce, la verità è che il fallimento è quella parola che contiene l’errore, la rottura delle regole, la mancanza, il cazzo che ogni volta può alzarsi o forse no, ma anche l’imperativo: fallo!
Il fallimento è ogni tentativo che abbiamo fatto. Lo ringrazierò sempre.

Ho pensato agli alibi, agli accanimenti, alla linea che li lega e li separa, agli spietati che salgono su un treno e non ritornano mai più, a questo sentire che non lascia pace, alle ragioni che ti devi fare per forza e poi dare, sempre per forza, che tutto da soli non si può fare.

E allora la resistenza la fai tu. E forse fa la differenza.

F. Una cosa dell’altro mondo
C’era un gioco che facevamo in una vacanza di un po’ di vacanze fa.
Il gioco includeva una serie di domande le cui risposte erano fantasticherie, un gioco che abbiamo fatto tutti in qualche vacanza.

Quale periodo della tua vita rivivresti di continuo?
Lo so!
E lunghi racconti nostalgici e brillantini.

In quale essere vivente ti vorresti reincarnare?
Lo so.
Con riserva ma lo so.

Cosa baratteresti per vivere per sempre?
Io non voglio vivere per sempre.

Dai, non è possibile, tutti vogliamo vivere per sempre.
Vivere per sempre e vederci scorrere davanti agli occhi tutto il resto, e sapere che finirà di continuo e noi no, e farci i conti ogni volta e sapere che ti mancherà, tutto il resto, che poi comincia qualcos’altro che se ne andrà anche lui e invece tu resti ancora, e può cominciare un’altra cosa che poi finisce e tu resti ancora, e via così per sempre che non ti puoi fermare da nessuna parte perché il resto a un certo punto si ferma e tu no, e sei così solo alla fine in questo accumulo di addii?
Io questo processo non lo ripeterei all’infinito, no. Neanche per sogno, io sento troppo, mi basta e avanza così.
Te lo ricordi Highlander? Tutto quel casino, quei secoli, quei duelli per cosa?
Per ottenere di morire. Per poter amare una volta come si deve e vedere di nascosto l’effetto che fa.
Il premio degli immortali è la mortalità.

D. Una cosa assurda
«Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere. È la sopravvivenza che le rende tali, perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro».

La prima volta che ho incontrato “Il danno” di Josephin Hart, mi sono sentita compiaciuta, forte, immortale, sola, compatta. Mi sentivo speciale, per quel danno. Soffrivo, mi struggevo, rompevo di continuo equilibri, bicchieri, storie, parole, ma mi sentivo preziosa. Io, i miei mostri, le inquietudini, posso farne quello che mi pare, nessuno capirà e posso struggermene ancora di più.

Oggi frugo tra le mie cicatrici, tra i danni che sono cresciuti in maniera esponenziale.
Oggi non mi interessa più nuotare nel nero, soddisfatta, tormentata e compiaciuta, giocare con la poesia distorta, sfidare i lati oscuri.
Quel danno oggi è vero, reale, molto più denso.
Ma non è speciale per niente.
Siamo tutti danneggiati e tutti sappiamo che sopravviveremo. Siamo tutti feriti, è quello che decidiamo di farne con quella ferita che fa la differenza.

Oggi voglio la cura.
Voglio prendere la mia ferita e dartela in affido, appoggiarla tra le mani.
Voglio vedere la tua e prendermene cura allo stesso modo.
Voglio farla parlare, ascoltarla, senza pretendere che scompaia, non scomparirà.
Fidarmi del fatto che le rispetteremo a vicenda.
Non vergognarmene più, non compiacermene più.
Condividerla e alleggerirla, anche e soprattutto quando costa molta fatica.
Senza la pretesa di affondare o di salvarsi.
Liberarla e, alle volte, lasciarla fare.
Tanto farà lo stesso, anche senza il mio consenso né il tuo.

Perché sì, non moriremo neanche per questo.
Mal che vada ne guariremo un po’.

G.  Una cosa un po’ delicata
La vedo arrivare dall’altro lato della piazza. La vedo perché il suo corpo asseconda il peso della borsa che si porta sulle spalle, i suoi passi ondeggiano sotto il caldo.
L’estate sta facendo il suo mestiere peggiore.
È vestita come ci si veste per andare a fare la spesa, senza pensarci. Vorrei aiutarla e non so come fare, ad avvicinarmi, sembra lontana anni luce.
Il verde della gonna le si incastra tra le gambe, lei cerca qualcosa nella borsa senza smettere di camminare e non la trova, si sbilancia, resta in piedi.
Le esce un sospiro che mi raggiunge.
Appoggia la borsa e la spesa sulla panchina di legno, cerca ancora tra le cose, si mette una mano tra i capelli e distrugge definitivamente la costellazione che ha raccolto sulla testa.
Le sue mani sono giovani e muovono una sigaretta spenta.
Mentre mi avvicino con la fiamma, incontro i suoi occhi e sono pieni, un’esplosione di vuoto.
Lei neanche mi guarda mentre mi ringrazia.
È altrove e non ha intenzione di tornare.
Faccio dei passi indietro e mi fermo a guardare.
Una donna che muore di mancanza, sulla panchina di una piazza di Milano.

Quella donna sono io.

A. Una cosa simile
I desideri sono quella cosa che ha a che fare con la caduta.
Le stelle cadono per le nostre notti d’agosto, noi cadiamo più e più volte per raggiungere quello che de-sider-iamo.

E non è detto che poi ci riusciamo, non è detto che le ginocchia scorticate facciano davvero la differenza, certe volte stiamo chiedendo la cosa sbagliata alle stelle, bisogna metterselo via che quella cosa non fa per noi.
Forse dobbiamo affezionarci più al processo che al desiderio, alla speranza che ci fa sentire vivi, senza prenderci troppo gusto nel rotolare giù, e avere la capacità di cambiare, quando necessario, la meta.

Sta tutto in quella particella “de”, che definisce la distanza.

Come deludere.
Una delle cose più ingrate che dobbiamo accettare, che abbiamo fatto faremo, abbiamo subito subiremo. Una di quelle lezioni di vita che costano più care di altre.
De-ludere è smettere di giocare, rompere i patti, alle volte bisogna farlo e basta, è mettere in atto il contrario di illudere, e spesso non è un dispetto è maneggiare la realtà.

Poi ci sono le questioni di accenti: ti perdono.
Scegli tu dove metterlo.
Alle volte sai che diventa necessario non perdonare per andare avanti.

B. Un’ultima cosa
Ho sempre creduto all’amore libero.
Con rispetto, ma libero.
Libero che siamo vicini e insieme, ma le tue cose sono sacre, i tuoi spazi interiori, i tuoi viaggi, le tue password e i tuoi cassetti sono tuoi e vanno rispettati, tanto quanto i miei.

Ho sempre desiderato che fosse un espandere, questo amore, non un limitare.
Che non ci fosse cosa più bella.

Ho sempre lasciato libero, chi mi gravitava intorno, di restare o andare.
Anche e spesso andando contro i miei desideri e incontro alle mie delusioni, perdendo battaglie, rinunciando, sperando, pregando il soffitto e piangendo molto.
Ma la tua libertà conta quanto la mia, e se le nostre libertà non coincidono sono catene.
E io posso accettare di essere un casino, troppo o troppo poco, fuori moda o nel posto giusto, posso accettare di essere un pesce, un albero, un filo elettrico.

Ma una catena no.

E. una cosa che si capisce dopo
Sono scesa a patti con il fatto che posso perdere: occasioni, persone, tram, lucidità, tempo, amori.

Sto facendo i conti con gli strappi, con il fatto che la vita strappa e continueremo a dover rifare gli orli. Con il fatto che in certi momenti l’amore conta più di tutto ed è lì che capisci davvero, le decisioni che prendi sono il contachilometri dei nostri cuori, del nostro coraggio, di quanto vale ogni energia che ci scambiamo, di quello che perderemo, e non sempre perdere è questione di distrazione.

Sono scesa a patti con il pensiero che se la resistenza è a senso unico, allora sei libero, vai. Io resisto e non posso fare altro, non dipende da me: la delusione, il fallimento e i desideri li pagheremo comunque. Con il fatto che le ferite hanno un odore molto forte, che lo sentiamo, lo riconosciamo e quando assomiglia al nostro lo scegliamo.
Poi non sempre riusciamo, ma voglio continuare pensare che ognuno di noi faccia il meglio che può.

Sto facendo i conti con le assenze, che sono una cosa diversa dalle mancanze.
Assenza è quella che circoscrive chi decide di non esserci, chi non può più farlo, non c’è più, è definitiva, l’assenza, e di solito ha a che fare con la perdita.
Mancanza è quella che ha a che fare con la nostalgia, è uno spazio vuoto che riempi di pensieri, in cui puoi sperare ancora, sentire tristezza e ricordare sorrisi, mancanza è quel luogo in cui ci si ritrova e ci si riperde. Fino a prova contraria.
Non c’è amore senza mancanza, diceva un tizio importante.
Oggi le mancanze non mancano più, dice oggi un’altra che non so se sarà importante.
Forse dicono la stessa cosa, se quello che è finito da qualche parte è l’amore.
Io so solo che se con le assenze non posso farci niente, con le mancanze ci farò i conti finché non ci avrò fatto pace.

Sono scesa a patti con il fatto che sono viva e perdere pezzi di continuo mi fa pensare che devo rimanerlo cercando di perderne il meno possibile, di pezzi, che la leggerezza ha un peso specifico e merita di tornare a galla, che il tempo finisce e bisogna alzare il culo, smetterla di incagliarsi, che bisogna respirare, tanto e soprattutto in modo regolare, altrimenti l’iperventilazione è dietro l’angolo e non c’è sacchetto di plastica in cui soffiare che tenga.

Sto facendo i conti con le cose finiscono, con l’amore che finisce, o non nasce proprio, o certe volte resta lì, sospeso per qualcosa che non capiremo mai.
E sì, togliersi l’amore quando ci si è fatti solo bene ha un prezzo diverso da pagare, non saprai mai se hai sbagliato tutto o ti sei salvato la vita in tempo.
Però penso che ci sia solo un livido che è ammesso in amore e non è certo quello che se lo schiacci ti rompe il cuore.
E sto facendo i conti con il fatto che forse sono più brava ad amare in assenza che in presenza.
Scrivo scrivo e poi non so vivere.

Però ho capito che è la fine che ci fa piangere, non l’amore.
La fine arriva, l’amore resta.
In un modo tutto suo, ma resta.

Per me la fisica è sempre stata molto romantica, dicevo: siamo solo due particelle che si sono contaminate per sempre una dell’altra e che adesso sono state riassorbite dal caos. E non so se ci incontreremo di nuovo su quella retta che tende all’infinito, quella retta che cercavo in fondo a via Bramante quando mi facevi strizzare un occhio per spiegarmi che il punto là in fondo era uno solo.
Non lo so: se serve l’immortalità per farlo allora io non potrò.
Non la scelgo neanche nelle fantasticherie, l’immortalità.

Un’altra versione dei fatti? Due rette che si incontrano all’infinito è il modo più stupido che abbiamo di stare separati.

H. Una cosa da non sottovalutare.
Ci ho messo sei mesi a raccogliere queste cose.
E ancora non sono certa che siano quelle giuste.

Adesso però butto due cose in valigia e vado in vacanza.
Torno a casa.

 

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