Un posto pulito, illuminato bene

Appoggio la borsa, quella che si è rotta lungo la strada, perché se c’è una cosa che non so fare in modo ordinato è partire: aspetto l’ultimo e poi riempio in modo confuso, di cose confuse, tiro la zip sapendo che all’arrivo avrò portato l’inutile e mi mancherà l’indispensabile.
Tolgo le scarpe come prima cosa. Voglio assaggiare questo pavimento, sentire la pelle che familiarizza con le mattonelle e l’odore delle stanze, porto i miei piedi a conoscere il giardino, assaggiare il muschio, abbracciare di nuovo la rosa, respirare l’orto, chiedere con tutti e cinque i sensi: permesso, posso restare un po’?

La luce è alta, il cielo tende alla beatitudine e io mi accorgo che la parola che ho masticato di più negli ultimi tempi è casa.

Casa dove sono rimasta incastrata per quattro mesi, insieme al resto del pianeta e poi da sola, mentre il resto del pianeta ha ricominciato a camminare, barcollare, correre all’aria aperta più veloce di prima, scoperchiando cicatrici dietro le maschere.
Io ferma, sotto il soffitto, cause di forza maggiore e minore in conflitto perenne.
Casa dove ho cercato silenzio, ordine, conforto, forme ravvicinate e collegamenti a distanza, dove ho fatto una famiglia in balcone e un giardino in salotto, dove mi sono ricucita e strappata senza soluzione di continuità e ho pensato che stavolta avrei aggiustato tutto.
E invece no.
A meno che aggiustare non significhi buttare ogni cosa in aria e immaginare cosa farne dei coriandoli, prima che si alzi troppo vento.

Casa che a quattro mani abbiamo avvolto nel pluriball cercando di resistere alla tentazione di far scoppiare le bollicine, per ricordarci che alle volte è più importante la protezione del gioco.
Abbiamo impacchettato apocalissi e radici, ormai consapevoli di dover portare entrambe ovunque.
Casa che abbiamo spostato e liberato dal pluriball per riprendere a giocare, per sentire che qualcosa può ancora scoppiettare lì sotto. Che una casa si può abbandonare e ritrovare perché casa non sono i piloni di cemento, ma le scritte sui muri, le gambe delle persone, le cartoline sul frigorifero, le sagome controluce e il disordine apparente, le direzioni che prendono gli sguardi, la qualità dell’aria e le pietre su cui appoggiare i passi.
Casa è arredare le cose di sempre dentro pareti nuove, appoggiate su vecchie fondamenta, e pensare che un’altra storia sia ancora possibile.

Casa che non è detto che stia esattamente dove sta il tuo cuore, ma che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va.

Casa il mio corpo che ho ricominciato ad abitare, a inventarci un’intimità fregandomene delle tende, per tirarlo fuori dal sonno e liberarlo dalle distorsioni, sostituendo gli abbracci, ripercorrendo gli stessi meccanismi, consapevolmente stavolta, scoprendo altri desideri, restituendogli natura e naturalità, con naturalezza.

Casa che mi mancherai sempre, perché anche la mancanza qui è casa.

Casa che se ci penso bene la disegnavo ovunque, su ogni centimetro libero della mia pelle, senza matite ma con le dita che ripercorrevano un archetipo, un quadrato con un triangolo sopra, senza spezzare la linea, un tatuaggio immaginario, un gesto autistico che è sempre stato capace di restituirmi serenità.

Casa gli specchi in cui non ti riconosci più, le scelte di vita prima che la vita cambi, gli occhi nuovi che sembrano saperne di te più di quelle mani con cui hai passato le notti, casa le planimetrie comprate a scatola chiusa per poi scoprire che quello era proprio il contenitore perfetto, casa i castelli sospesi e ridisegnati, le stanze in cui avresti messo una poltrona per sentirti comoda e invece non c’è neanche un angolo in cui raggomitolarti.

Casa quel posto temporaneo che ho creduto di poter chiamare porto, per quel vizio maledetto che ho di pensare che basti una lettera a cambiare il senso delle storie.
Casa che scegli anche quando lei non sceglie te e viceversa, quella sensazione a cui non rinunci perché non ti interessa sentirti straniera altrove, eppure l’oasi non si trasforma in casa, neanche se apparecchi bene e accendi le candele, casa quell’infinito gioco a scacchi con un Ulisse al contrario, matto come le pedine sul tavolo, irreversibile come quel re incastrato nel suo quadrato, smemorato come quell’uomo che dopo una guerra prega le sirene di tirare i fili, pur di non tornare in quel po[s/r]to in cui hanno disfato ogni cosa disfabile solo per costruire.

Casa che a volte puoi solo traslocare.

Casa nella migliore versione dei fatti, quella che mi spiegavano nel mezzo di una notte di tenerezza ben dosata: essere liberi di andare dove si vuole, giocare, provare, tradire e poi sapersi capaci di riconoscere che c’è un posto solo in cui vogliamo tornare.
La casa che vorresti avere e poter restituire.
Perché casa è soprattutto mantenere, e significa proprio come suona: usare le mani per reggere, stringere, fare in modo che duri a lungo, non scivoli senza presa tra le dita.

Casa una capanna, una conchiglia, una strada, casa è chi casa la fa.
Io resto casa e mi piace.
La carta da parati per soffiare i desideri. Il divano che cade, sfilato dai gatti, sfondato dall’amore. La vasca con le zampe, il letto che cigola. Il gelsomino che esplode e la menta che annega.

Guardo i miei piedi, sono nudi e neri.
Di terra, di laguna, di nuvole veloci, di pensieri grigi, di cielo blu, di rose rosa.
Qui c’è l’indispensabile anche se nella mia borsa ho portato l’inutile.
Casa è quando portiamo una birra nel nostro posto e passano tutti i mali del mondo.
Casa è dove arrivi a pezzi e riparti intera.
Qualsiasi versione di te tu stia indossando.
E questo vale tutte le terre di mezzo che hai attraversato per capirlo.

 

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Daniel Egneus, Escape into life

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Che cosa ne abbiamo fatto

Ci eravamo promessi più rispetto.
Più attenzione, più cura.
Ci eravamo promessi nuove priorità,
gesti inaspettati, abbracci intermolecolari.
Ci eravamo promessi le piccole cose,
i respiri lenti, l’unione prima di tutto, il non rischiare di perdere così tanto una volta di più, la gentilezza e solo le tristezze necessarie.
Ci eravamo promessi di stringerci nella paura,
di dividerla in parti uguali, di immaginare in modo collettivo.
Ci eravamo promessi nuovi occhi,
nuovi cuori, vecchie verità.
Case mai più vuote,  bicchieri mai più mezzi, specchi puliti.

Ci eravamo promessi rivoluzioni.

E adesso, mentre cammino in mezzo alla strada, l’unica cosa che sento è che sono più sola di prima.

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Conoscersi in una situazione di difficoltà
È un’opportunità
A me mi piace la difficoltà
Perché è una cosa che
Io divento alleato con te

Distinguersi, avvicinarsi e riconoscersi
Dimenticare tutti i fuochi spenti
I mostri i fallimenti
Liberare tutti i prigionieri
Non ti preoccupare
Nelle cose scure come nelle cose chiare
Noi ci andremo insieme
Come due cavalieri

Benvenuta tra le mie promesse
Quelle che non ci sono più
E quelle che sono rimaste
Stare con te mi definisce
Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Accendermi, sacrificando tutti i miei idoli
Anticipare tutti i movimenti delle mie paure
Tutte le trappole del mio cuore
E mostrarti come ero ieri
Come sono oggi
Quali sono i miei desideri, veri

Benvenuta tra le mie promesse
Quelle che non ci sono più
E quelle che sono rimaste
Stare con te mi definisce
Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

Se ti do la mia solitudine
Tu mi dai la tua solitudine

E mentre ci innamoriamo
Tieniti forte, tieniti bene
Mentre mi vieni vicino
Sull’orlo di questo burrone

(Giovanni Truppi)

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Il senso dell’attesa

Quando arrivo so già cosa mi aspetta.
Le persone, in una fila sparpagliata, stanno in attesa per entrare.
Chi arriva, d’istinto butta un occhio dentro e poi chiede chi è l’ultimo.
Io. Mi dice alzando un po’ le spalle e ormai si sa che i sorrisi si vedono anche dietro le mascherine.
Rispondo al sorriso protetto e mentalmente conto quanti sono quelli prima di lui: nove.
Considerando anche che devono scegliere quali fiori regalare a ogni mamma e che la mia fioraia del cuore è bravissima e così precisa da diventare lenta, so già che metà di questa domenica mattina la passerò qui.
A veder sfilare mazzi di fiori prima di poter prendere il mio.
Mi appoggio all’albero e non so se posso farlo, raccolgo i capelli, dovevo lavarli prima, adesso non avrò tempo.
Un mazzo pieno di rose esce dal negozio e tutti fanno un passo avanti, uno solo.
Io resto appoggiata all’albero, lui mi guarda come a dire che fai non guadagni il tuo quadratino verso la porta?
Tanto so che devo aspettare te, rispondo d’istinto alla sua domanda con gli occhi, in effetti non abbiamo imparato a muoverci in anticipo neanche adesso, ride lui filtrato dal verde medico.
E sono strani i sorrisi dietro i filtri, non i filtri che mettiamo noi per non far capire cosa proviamo, ma quelli che tutto questo ci ha imposto.
Ci ha imposto più attenzione: ai movimenti del viso, alle rughe temporanee, ai segnali del corpo, ai suoni che bisogna ascoltare bene se no non ti arrivano, i labiali sono un altro strumento che abbiamo perso. Non ti puoi distrarre, se non ti vuoi isolare.
Mi guardo intorno e la fila è aumentata. Ho già detto il mio, sono io l’ultima, almeno sette persone fa.
Per fortuna non ho aspettato di stendere la lavatrice per uscire.
Il sesto mazzo è una storia lunga, deve avere molte mamme da festeggiare questa signora perché continua a uscire, mettere in macchina una composizione e rientrare. L’ha già fatto tre volte.
Io inizio a muovere le gambe avanti e indietro che mi sono scordata bene come funziona la mobilità. Mi metterei a fare ginnastica se non mi sentissi ridicola: fletti gamba destra, fletti gamba sinistra, appoggiata a un albero, con la mascherina, in fila per comprare dei fiori.
Il ragazzo davanti a me si sistema il collo della camicia, fa pure caldo.
Guarda e riguarda la busta termica che ha tra i piedi, controlla avanti, conta anche lui: i mille mazzi che sta comprando la cliente dalle mille madri, le persone che ci sono prima, quelle dopo. Come se, a contarle, qualcuna di loro rinunciasse e tornasse a casa per velocizzarci il tutto.
Come se, a contarle, quei surgelati che sono in fila con lui non si sciogliessero.
Io li guardo con un po’ di compassione, mi sto sciogliendo io figlia qui in fila ad aspettare di prendere dei fiori per mia madre, chissà come saranno felici quei surgelati che non c’entrano niente con i legami famigliari.
Mi sa che dovrò cucinare tutto oggi, mi dice un po’ imbarazzato.
Io arrossisco dietro la mascherina e lo so che si vede, ma non può coprire anche i pensieri questa fascia verde?
Beh, faccio finta di niente, puoi fare felice tutto il tuo condominio lasciando a ciascuno la cena sullo zerbino.
L’idea lo diverte, adesso sono io che lo vedo.
Più che altro potrei avvelenarli e, sai, bastano già le mie prove con il violino a farmi odiare dai vicini.
Mentre la fila si accorcia me lo immagino, questo ragazzo con gli occhi grandi e le finestre aperte, con il mento appoggiato alla pancia del suo strumento.
Allora la prossima volta, invece dei surgelati, porta il violino a fare la fila con te e vediamo che succede: o scappano o ballano, ma in ogni caso ci sentiremo fortunati!
Devono averlo visualizzato bene anche quelli prima e dopo di noi, perché sento sorrisi muoversi dietro i filtri. Non dobbiamo dimenticarci che la gente in fila ascolta, anche nascosta dietro il cellulare.
Lui annuisce e sembra prendermi sul serio.
Scommetto che la prossima volta lo farà.
Intanto si avvicina il suo turno, manca una persona, io mi scollo dall’albero e la spalla della maglia mi scivola sul braccio. Potevo almeno evitare di uscire vestita come una zingara, a pensarci. Le blogger lo dicono, che ci si veste fighe anche per buttare la spazzatura. Potevo essere una blogger.
Butto un’occhiata nella porta del negozio, spero che nel frattempo non siano finiti i fiori.
Un mazzo esce, lui entra.
Voglio le peonie, penso, speriamo ci siano ancora peonie. Sono ancora chiuse, ma quando si aprono che casino bellissimo che fanno.
Il ragazzo ha finito, sta arrivando verso l’uscita e mi sembra un miracolo.
Adesso tocca a me.
Invece no, torna indietro, verso il banco dice qualcosa a Ines, la fioraia.
Lei annuisce e va nel retro, torna, va di nuovo dietro.
Alzo gli occhi.
Quando sei vicino, l’impazienza diventa sempre più forte, chissà perché.
Aspetti un’ora e gli ultimi tre minuti ti sembrano infiniti.
Passa anche l’infinito: il ragazzo, la sua mascherina, il suo mazzo e i surgelati escono, mi sorridono un attimo in più e mi dicono buona giornata, ciao.
Io ricambio, entro, saluto Ines, vorrei abbracciarla da quanto non vedevo l’ora di chiederle i fiori, mi fa un mazzo bellissimo, le prometto che poi passo a trovarla con calma, così chiacchieriamo un po’.
Pago e, prima di farmi uscire, lei mi dice di aspettare un attimo, va sul retro e poi mette sul banco una peonia. Un bocciolo, incartato.
Adesso puoi andare, trattiene una malizia.
Io non capisco, lei fa sì con la testa e gli occhi un po’ furbi, è per te, prendilo e vai che c’è fila, indica la porta con il mento.
Continuo a non capire, ma faccio come mi dice.
Esco, con il mazzo per mia mamma e il mio bocciolo striato di rosa.
Quindi è ufficiale, la mascherina fa sentire i pensieri, altroché.
La fila è aumentata invece che diminuire, la supero un po’ stranita, saluto gli altri che aspettano e mi fermo solo alla ringhiera di casa.
Abbasso la mia protezione, quel profumo lì non posso filtrarlo.
L’attesa non va mai sprecata, dice il quadrato pinzato sulla carta del mio fiore.
E neanche questo sorriso qui.
Penso solo che per fortuna non abbiamo perso proprio tutto, per fortuna che certe cose si scongelano ancora.
Dico grazie, Michele, come se mi sentisse da qui.
Giro le chiavi ed entro in casa.
Mi serve un vaso.

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I corpi celesti hanno gli organi vitali?

Se c’è una cosa di cui subisco da sempre un’attrazione magnetica è il movimento dell’energia.
Cosmica, interiore, termica, empatica, dinamica, va bene tutto.
È come se avessi la necessità di tirare dei fili invisibili che partono da me e si attaccano all’universo e viceversa.
È come se non mi bastasse solo il dentro, o solo il fuori, solo l’adesso, ma mi servisse una proiezione ad anni luce di distanza e avanti e indietro nel tempo, un’interpretazione scientifica e una visione sciamanica. Tutto solo per dimostrare che quello che percepisco è vero ed estremamente reale.

Ho provato più volte e con parole mie a spiegare che i principi della termodinamica codificano lo stesso meccanismo che muove gli abbracci, i corpi che si scambiano calore sono scientifici quanto le relazioni umane, così come questa storia dell’eterno ritorno: è arrivato prima Nietzsche o l’Entanglement quantistico (detto anche fantasmatica azione a distanza)? E poi, lo sapevate che esistono numeri immaginari realissimi? Io l’ho scoperto qualche sera fa.
Allo stesso modo in questi due mesi abbiamo visto muoversi un inconscio collettivo che ci faceva sentire, pensare e proiettare le identiche cose, ciascuno dentro la propria stanza e senza il bisogno di dirselo. Ed è la stessa forza che muove l’eredità psichica con cui riconosco oggi in me le storie e i movimenti interiori di una vecchia zia che non ho mai conosciuto, con un meccanismo identico a quello per cui una figlia di una nipote di un cugino di mio fratello erediterà la forma delle mie labbra dai miei geni sparpagliati tra le generazioni. Fino ad arrivare a questo analista che ha trovato la chiave tra la dimensione interna ed esterna della psiche nella disidentificazione: significa identificarsi con il sé transpersonale, ho un corpo ma non sono il mio corpo, è complesso e naturalissimo, si tratta di un processo  di crescita interiore. Questo invece l’ho scoperto stamattina.
E, in un altro modo ancora, ma sulle stesse corde, ascoltavo ieri le parole dette a inizio anno da questa ragazza che legge il cielo e i movimenti delle costellazioni e che, senza trucco e senza inganno (era gennaio!), aveva restituito un quadro energetico di questo 2020 che ascoltato oggi ci costringe in un silenzio di piombo. Quando si dice è scritto nelle stelle: è un anno che stabilisce irrevocabilmente un prima e un dopo, a livello sociale-mondiale, relazionale-personale e lavorativo-economico, è come se il modello che ha retto le sorti del pianeta fino ad oggi iniziasse a crollare lasciando crisi e i necessari passi di ricostruzione, è l’anno della grande verità in ambito collettivo e interiore, che ci rende responsabili di chi siamo, di come lo facciamo. L’anno che mette in mostra dove siamo mancanti dal piccolo livello alla scala mondiale, perché inizia con uno Stellium nella costellazione del Capricorno e avanza con la congiunzione di Saturno e Plutone.
I giganti del cielo, insomma, tutti incazzati.

Il nostro piccolo interno e l’infinitamente grande si parlano?
Mi sa di sì.
È magia? È stregoneria? C’è una regola matematica a cui affidarsi? Sono diventata matta?
Io non credo.
Mi viene più semplice pensare che leggiamo il cielo come leggiamo una pagina, le righe di una mano o un libretto di istruzioni. Che c’è sempre un motivo per cui certe cose ci si srotolano davanti agli occhi e continuano a succedere imperterrite nei secoli dei secoli.
E mi chiedo come tutto questo possa non nascondere una verità tra le righe.
Una verità ripetibile, sistematizzabile e allo stesso tempo personale, imprevedibile, epica.

Banalizzo, scherzo, romanzo, come mi viene meglio.
Leggo e codifico la poesia nei numeri, nelle frequenze cardiache, dei buchi delle tapparelle.
E non so bene cosa sto cercando di dire, perché nella mia mente è tutto chiaro, ma mettilo in una pagina di un blog il mistero dell’universo.

Però l’altra sera guardavo dentro il buio, cercavo di intercettare il passaggio di quell’asteroide che era chiaro non avrei mai visto a occhio nudo, ma di sicuro si era fatto sentire, a livello energetico, nelle mie azioni e reazioni dei giorni precedenti.
C’era questo corpo celeste enorme, brillante sopra di me, doveva essere Venere, non ci avevo fatto caso prima.
Ma mentre dentro la mia testa pronunciavo le parole corpo celeste, sì, ho iniziato a immaginarlo davvero questo corpo lassù in alto, con un colore tutto suo, avvolgente.
E piano, senza neanche accorgermene, ho iniziato ad applicargli tutti gli arti, superiori e inferiori e poi gli organi vitali, uno alla volta, con rigore e senza metodo, polmoni, fegato, stomaco, encefalo, duodeno, appendice, esofago, bronchi.
Ho iniziato a immaginare come ci si abbraccia tra corpi celesti, se fa freddo o caldo lì dentro, e se anche lassù stanno sperimentando il metro (luce) di distanza in tempi come questi.
I corpi celesti fanno l’amore?
Finché quel corpo lassù, saturo di tutta questa umanità, si è messo a brillare.
Ha fatto proprio uno sberluccichio indimenticabile, che chissenefrega dell’asteroide.

E sì, lo giuro, in mezzo a quel buio io gli ho visto il cuore.

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Sara Shakeel, Glitter Heart

 

 

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Sporcare il silenzio

Non sapevo che il buio
non è nero
che il giorno
non è bianco
che la luce
acceca
e il fermarsi è correre
ancora
di più.
Goliarda Sapienza

 

Ho raccolto questi giorni coltivando silenzio.
Attraverso fasi sempre diverse di cui mi sembra ogni volta di aver trovato la chiave e invece no, appena mi ci abituo cambia qualcosa.
Dentro di me e non solo.

Cambia qualcosa nel modo in cui ciascuno di noi sta vivendo questo momento con se stesso e, attraverso meccanismi misteriosi e un po’ magici, questo modo si espande nella collettività psichica che stiamo condividendo, ciascuno dentro i propri muri.

Muri di case, di pensieri, di cose bloccate che abbiamo lasciato lì, di amori inavvicinabili e fantasmi che escono allo scoperto.

Ogni volta che mi sento sola dentro questo ingranaggio, mi accorgo poco dopo che è esattamente lo stesso condiviso dagli altri e per incantesimo non sono poi così sola.
Fino a ora è andata più o meno così.
Ci siamo trovati spiazzati, abbiamo avuto ansia, ci siamo spaventati e ci siamo sentiti soli, abbiamo pensato al futuro e ci diamo detti che non è adesso il momento di pensarci, abbiamo iniziato a fare ordine, liste, obiettivi, ci siamo videocollegati videochiamati videoamati videosbronzati, ci siamo accelerati, abbiamo impilato libri film progetti da tutti i cassetti, ci siamo illusi di avere il tempo di fare tutto quello che rimandiamo da sempre, poi ci siamo accorti che in quel tempo eravamo inabili, a leggere a pensare a costruire a inventare, ci siamo fermati, ci siamo sentiti frastornati, abbiamo aperto i balconi e acceso le luci, poi le abbiamo spente, abbiamo fatto pace con il fatto che potevamo non fare niente, ci abbiamo preso gusto, abbiamo smesso e basta, ci siamo annoiati e spaventati di più, sempre di più, siamo tornati fragili e romantici, poi ci siamo arrabbiati, ci siamo sentiti più soli e dopo tutto questo abbiamo ricominciato piano, a leggere a pensare a costruire a inventare, a parlare con i muri, con gli animali domestici e con grande fatica anche con lo specchio, a dare nuove scale ai valori e nuovi valori alle scale.

Il tutto con le sirene delle ambulanze come colonna sonora, unico sottofondo dalla strada, il resto sono numeri.
E questo vale per i più fortunati e io mi ci sento, davvero.

Per tutto questo tempo mi sono chiesta: da lì, dal cuore di questo vortice, chi me lo dà il diritto di aggiungere rumore ad altro rumore?
Di sporcare il silenzio in cui sto cercando di cadere da una raffica di giorni di cui ho perso il conto?
Di avere qualcosa di diverso da dire?
Sono come tutti gli altri, sono nella media, sono mediocre e forse non è neanche un male.

Poi mi sono accorta che la differenza, l’unica differenza, tutto questo la faceva per me.
Per tirare i fili dei pensieri stanchi, in evoluzione, speranzosi e disperati che faccio ogni giorno, ogni giorno gli stessi e diversi, in cortocircuito come quelli di tutti, appunto.

Sto ascoltando tanto il silenzio sì, lo sto coltivando come posso, e lì dentro sto provando a capire in cosa credo davvero, cosa mi sono illusa di credere, cosa mi spezza e cosa mi fa sentire al sicuro, sto facendo la conta dei miei fallimenti e me li sto perdonando quando ci riesco, ci rido sopra quando non ho altri strumenti, sto andando a recuperare quella Marta con cui non parlo da tempo, le sto chiedendo onestà e ci sto litigando.
Molto. Ogni volta che non mi sorride e vai a capire che diavolo le passa nella testa.
Sto testando il mio egoismo e il suo spirito di sopravvivenza.

Ho la sensazione che sia iniziata una nuova fase.
Quella in cui ricominciamo a dare le priorità, a capire chi c’è per noi e chi è solo illusione, chi ci sa maneggiare e chi no ma vuole stare, chi potrebbe anche andare, chi è meglio che lo faccia e basta, chi torna e non te lo aspettavi più.
E, in modo reciproco, per chi riusciamo a esserci e di chi ci siamo scordati, per chi troviamo un sorriso, una rassicurazione e uno sconforto condiviso, chi continuiamo a rimandare a domani e chi ci manca che domani non basta, dove buttiamo energie e cosa invece abbiamo buttato e basta. Senza farci troppo caso.
È iniziata la fase più pericolosa, quella in cui pesiamo le relazioni.

Ho provato una cosa del genere una sola volta in modo così lucido ed è stato quella volta che cercavo di sopravvivere al più grande dolore che mi sia capitato.
Il primo, non l’unico.
Era lì, dentro quel dolore, che ho scoperto come si fa pulizia, come tutto succeda in modo naturale e spietato, come impariamo a riconoscere chi sente le cose come noi, chi semplicemente le vive in modi diversi e legittimi anche se più difficili da capire e accettare, e chi non è capace, chi non sente, chi gli fa fatica, chi non gli frega niente.
Ho chiuso tante porte quella volta, in modo inaspettato, ne ho aperte tante altre, sempre quella volta, con le stesse modalità, solo capovolte.
Da delusione a sorpresa.
Ho imparato, demolito e costruito.
Quella volta, ho capito una cosa che adesso avevo dimenticato, come una stupida che si sente troppo al sicuro per rischiare di perdere ancora.
Ho capito che devo smettere di farmi bastare quello che non mi basta.
Perché occupa molto spazio e poi dove le metti le cose vere, quelle che devono restare?

Riavvolgendo il nastro da qui, in questo tempo dilatato sto pensando molto a chi non c’è più.
Alle volte immagino di raccontare questa storia a quei pezzi di me che se ne sono andati, come gli direi di questi giorni, se ne avessi il coraggio. Quali parole userei per spiegargli questo momento così strano e spiazzante che ci sta cadendo addosso e che loro non stanno vivendo, questa situazione fuori da ogni aspettativa di cui è così difficile trovare la giusta versione dei fatti.
Poi penso a come avrei fatto se ci fossero ancora, invece.
Cosa farebbero, direbbero, penserebbero.
A che tipo di paura avrebbero e al modo in cui proverebbero a sedare le mie, di paure.
Se almeno loro ci riuscirebbero.
Se glielo lascerei fare.
Sarei riuscita a parlarci? Me ne sarei presa cura? Mi sarei arrabbiata?
Avrei fatto la lunatica perché tanto finché abbiamo i padri, la libertà, il lavoro, un amore supposto, diamo tutto per scontato e ci dimentichiamo che basta un attimo per perderli?

La risposta non la cerco.
Questa sì che ho paura a sentirla.

E non lo so ancora se sto imparando qualcosa o se lo sto perdendo.
Se sto uscendo allo scoperto o sto scomparendo.
Questo è solo un modo per sporcare il silenzio.
Ma una promessa me la sono fatta e la voglio mantenere.
Da qui, non voglio tornare uguale.

make me think me

Bruce Nauman, Disappearing acts

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gli abbracci, quelli naturali

In questi giorni di silenzio, Laura ha tirato fuori dal cassetto una fotografia che è
ossigeno e magia.

Insieme abbiamo scavato i pensieri e cercato delle parole.
Io ho provato a dirla così, e la ringrazio per avermi rimesso tra le mani un po’ di polvere di scrittura.

natura

credits Laura Brignoli 

 

Sei esplosa dietro un vetro, in questa città affogata di silenzio.
Disincantata e semplice, insegui la logica delle regole naturali.

Quel modo così istintivo che hanno, le cose belle, di giocare.
Quel modo così ostinato che hanno, le cose vere,
di andare avanti senza di noi, continuare, sbocciare.
Primitiva e pungente, fai quello che hai sempre fatto
e ci costringi a guardarlo come fosse strano.

Invece anomali sono solo i nostri giorni che si sciolgono tra i muri, con il calendario che perde il conto e lo specchio delle stagioni capovolto.

Umida e rispettosa, sei uscita struccata.
La luce vibra, ti percorre le braccia e si arrampica lenta, fino al collo, impegnata in un  decoro tribale.
Ti culli lì dentro, con i gomiti che si incastrano nelle scapole,
oscilli su te stessa e ci inventi una ninnananna.

È un flirt magico, è quello delle dee e delle streghe,
è una cantilena dolce che restituisce un nome alla mia mancanza.

È il tuo tempo adesso, non il mio.
Io resto ferma con i piedi appoggiati al pavimento di legno,
a inondarmi di luce verde, bianca e dorata.

Come centinaia di migliaia di finestre mi fermo a consolare
la mia fragilità con la tua alchimia.
Aspettando un nuovo abbraccio.
Con rispetto, ti lascio fare.

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Di quel giorno che ho fatto la cover letteraria di un pezzo musicale tra le sbarre

Che Elliott Smith mi perdoni, Between the bars.

 

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Come ho sempre fatto

Non so esattamente cosa sia stato a farmi girare a destra.
Potevo tirare dritto al semaforo, passare veloce lì di fianco e riprendere la strada di casa.
Invece ho girato a destra e già qualcosa di complice dentro di me conosceva a memoria l’altezza dei dossi, il numero dei lampioni tra una rotonda e l’altra, la distanza dalle strisce pedonali.
Ci passo solo un momento, mi fumo una sigaretta nel parcheggio, per vedere che effetto fa.

E invece sono scesa. Ho parcheggiato e sono scesa.
Al primo posto, vicino al cancello, c’era la Campagnola di papà, il ghiaccio sul parabrezza da grattare con la custodia del disco orario e quei cinque minuti buoni di motore acceso prima di poter partire.
I citofoni li hanno cambiati. Sono di quelli in cui prima di trovare il cognome con cui vuoi parlare devi scorrere un lunghissimo elenco in pixel. Forse per questo non c’è più quel nome vicino al bottone che ho schiacciato un milione di volte.
E c’è una targa, grande come tutto il riquadro dei citofoni, Condominio Libeccio, dice. Come fosse una casa al mare.
Ho pensato che potevo andare, che la sigaretta non serve neanche più in un posto dove conti più differenze che ricordi.
Potevo andare, ma il cancello grande si è aperto, una macchina che non conosco è sfilata via.
Il suono della mie scarpe ha cominciato a fare casino sul vialetto, non ricordavo tutto questo silenzio, ho accelerato i passi perché mi sentivo un’intrusa.
Arrivo fino al portone e torno indietro.
Controllo solo le ultime differenze e torno indietro.
Faccio solo il giro largo, quello che facevo per non farmi vedere prima di salire, e torno indietro.
Ho alzato gli occhi per contare i balconi, sul terzo prima del cielo c’è una ragazza scalza che fuma sigarette contando gli aerei.

Intanto, l’uomo dell’Esselunga si è lasciato alle spalle il portone aperto, l’ascensore è troppo vicino per non pensarci, per non schiacciare 7 e sentire i piani nello stomaco, lo stesso odore che mi sorprende, la memoria olfattiva che sottovaluto sempre, il mio graffio con la chiave dentro quel blu è una D, piccola e profonda, forse non l’ha ancora trovata nessuno.

L’ascensore si apre e l’ascensore si richiude.
Arrivare allo zerbino è troppo. Non è casa mia. Quello zerbino su cui mi sono accasciata in una sera disperata. Non è casa mia quel posto dietro quella porta.
Miciullo spericolato che fa l’equilibrista sulla cornice del balcone, il vestito africano di mamma, Riky che ascolta i Limp Bizkit altissimi, le tre scampanellate di papà, io che faccio la verticale davanti agli specchi dell’ingresso, i pranzi che il tavolo del salone non bastava, il nero pesto dopo le litigate, noi quattro a guardare una commedia di Edoardo nel lettone, le sfide a canestro in camera di Riky, io che faccio il primo amore con D, mamma che legge sul balcone, legge Sveva Casati Modigliani, l’odore di pane la domenica mattina presto, io che torno da Venezia con il borsone pesante, il rumore della ventola in bagno, l’ultimo respiro di papà, io che bagno i suoi fiori se no si arrabbia, noi quattro che siamo tre, poi loro due, poi zero, la finestra del bagno su cui mi arrampicavo di nascosto, il mobile dove mamma teneva le cose segrete, la tovaglia plastificata di girasoli.
Passerei la vita a scrivere elenchi di cose che riaffiorano con il loro misterioso ordine di priorità.

L’ascensore si chiude e l’ascensore si riapre.
Adesso la sigaretta mi prude nelle mani.
La voglio dietro la colonna dove ho fumato tutte le altre quando scendevo con la scusa della spazzatura, chiacchierando per ore con le amiche che erano amiche, parlando da sola sottovoce, immaginando, scrivendo su quaderni che chissà dove sono finiti, ascoltando musica da Grignani ai Sex Pistols a Carmen Consoli ai Pearl Jam, dalle cassettine col nastro agli mp3.
Nascondendomi perché erano tutte sigarette clandestine.
E mi sento clandestina di nuovo. Sono passati cinque anni e mi sento di nuovo fuori posto.
Ne sono passati venti e lo sto facendo ancora di nascosto.
Sto accendendo una sigaretta, seduta sul marmo dietro quella colonna.

E questa non è casa mia.
L’unica cosa che ricordo delle persone che ci abitano ora è che lei, la moglie, era giovane, affascinante e aveva i capelli grigi, lunghissimi e grigi. Voleva tirare giù non so più quale muro.

Accendo la sigaretta e mi accorgo che mi sono dimenticata tutto.
Anche le zone rosse e il silenzio su Milano di oggi pomeriggio, forse ne sono felice.
Accendo la sigaretta e intanto piango perché lì, seduta sul marmo dietro quella colonna ricordo che a volte piangevo, piango perché mi manca, piango perché pensavo di non sentirlo più.

Lei mi sta guardando senza dire niente.
Anche io non so cosa dirle, allora lei mi scherza, dice che sono una maestra delle malinconie.
La mando affanculo e poi le sorrido. Ci siamo sempre volute bene a metà.
Finiamo la sigaretta e io sono pronta a salutarla. Dirle addio, Marta e i tuoi giorni di poesia e rose, questa è l’ultima volta, e tu non esisti più.
E lei che ride, un po’ strafottente e mi ricordo che lo so, perché lo so, che non si può.
Spegniamo la sigaretta sotto la suola e i miei passi stanno facendo un casino sempre più veloce sotto il portico lucido e piastrellato di marrone. Il faro che avevamo rotto con il pallone fa una luce intatta.
Faccio zig zag tra le colonne come se avessi ancora i pattini ai piedi e poi rallento, sta arrivando qualcuno e io sono sempre un’intrusa.
Fabio mi guarda, ci mette un attimo e mi riconosce.
Io sono imbarazzata, dico che passavo di lì, che ero curiosa, insomma, di rivedere un po’ tutto.
Lui sorride, discreto, mi chiede come va e ci abbracciamo con il pensiero, perché oggi non si può neanche questo.
Sì che sono a casa.

Mi viene in mente l’ultima foto che ho scattato in quel posto, il giorno del trasloco, seduta sulla panchina in mezzo al prato, c’era un gran sole pieno di margherite.
Adesso è buio, le margherite dormono un inverno anomalo, ma io ho quasi gli stessi jeans, quasi le stesse scarpe.

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Alzo di nuovo gli occhi e sul vialetto c’è una luna che sembra piena.
Mi accorgo che sto camminando in punta di piedi, forse perché se non mi muovo leggera so che non me ne vado più.
Mentre esco dal cancello, provo a respirare, ma non sento il vento e non sento il mare.
Questa è e sarà sempre la periferia della periferia.

Il resto sono altri dossi a memoria, il tempo del rosso dei semafori e una strada in cui continuo il gioco delle differenze. La fermata del bus non c’era, i cartelloni del cinema sono sempre lì, il distributore di latte lo hanno portato via?
Con l’ultimo pugno in pancia costeggio il Comune e giro anche dentro quella via.

L’officina di mio padre non c’è più, non c’è più la rampa, le auto parcheggiate, la scala blu e i ciliegi, al suo posto sale un cancello enorme, bianco, con Curiel 20 scritto nel ferro, altri citofoni in pixel per un palazzo che non esisteva.
Accelero, qui non ci scendo.
Maledetta conta delle differenze.

Non me ne accorgo e sono già in tangenziale, l’unico sedativo per i miei pensieri nei secoli dei secoli.
Abbasso un po’ il finestrino e accendo un’altra sigaretta, sarà la quinta dell’ultima ora, ma come mi piace ancora guidare, fumare e ascoltare la musica forte.
Virgin Radio mi sfotte, She’s lost control again.
Marta, di fianco a me, invece scuote la testa con Ian Curtis e butta la cenere dal finestrino, controvento.
Io accelero ancora per sentire la macchina che vibra, vado dritta con tutto quello che non ricordo.
Alla rotonda di Cusago, esco, mi giro e torno indietro.
Come ho sempre fatto.

Respiro.
Sento pure il mare.
Adesso posso tornare a casa, e restarci.

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Prove tecniche di incendio

Qualche settimana fa ero su un treno, tornavo da un weekend di mare, cose belle, con i resti di qualche sbronza felice e un paio di ore adolescenti.
Attraversavo l’Emilia in un lunedì mattina sorridente e assonnato, erano ancora tempi quasi insospettabili e io mi rimescolavo in testa i segreti di quei giorni e le idee per quello che vorrei scrivere, se lo scriverò, vorrei scriverlo cazzo, vorrei proprio e non mi decido mai.
Le idee si muovevano come le cose fuori dal finestrino diventando lunghe linee orizzontali, nelle orecchie avevo la mia musica, e io mischiavo tutto, insieme al caffè americano, taglia extra grande così ci arrivo fino a Parma.
Cercavo di non pensare a quella cosa a cui penso sempre quando sono tra me e me, cercavo un modo per trasformarla in letteratura, come faccio ogni volta che devo liberarmi di qualcosa che non so maneggiare, di frignarci su per l’ultima volta che poi è sempre la penultima.
E poi la mia tasca vibra e io lo so anche se non lo guardo subito.
Lo so come si sanno certe cose che non c’entrano con la razionalità.
Respiro più forte del previsto e penso che lo lascio un attimo lì, che prima pulisco i pensieri e che la telepatia non esiste, che prima finisco il caffè extra grande, che sono solo fatti miei.
Mi alzo e cammino fino al bagno del regionale, che l’extra caffè sta già dicendo la sua, vado senza musica e concentrata a non oscillare troppo con le curve dei binari, mi guardo un po’ intorno e le vedo.
Due passeggeri, una mascherina, cinque passeggeri, una mascherina, dieci passeggeri, una mascherina sì, una mascherina no, una mascherina sì, mezza carrozza no, due mascherine, tre.
Ci metto un po’ ad accorgermi che le sto contando, che i tempi non sono poi così insospettabili, che non ci avevo fatto così caso prima ed erano già lì.
Me ne accorgo del tutto tornando indietro verso il mio posto, quando intercetto un signore che tossisce e due tipe nei sedili dietro che si incupiscono e alzano la sciarpa, su fino alle occhiaie.
Mi viene un po’ di paura e non è per l’infezione.
Torno al mio caffè che è diventato freddo, e al mio messaggio, raffreddato pure lui.
Mi parla di un libro di Marquez, dice che è L’amore ai tempi del colera.
Io cerco di pensare di nuovo che la telepatia non esiste, che Marquez non è la mia letteratura, che. Dico che forse ne avremmo bisogno, di un’epidemia, per ricordarci quello che abbiamo perso come esseri umani.
La coda?
Rido anche se non dovrei. La verità è che abbiamo smesso di ascoltare i grandi classici, sdrammatizzo, mando il link* e scendo da tutti i treni.

Domenica scorsa ero in tram, tornavo dal mio solito weekend di lavoro.
Un po’ grigia per il cielo e il raffreddore e ho ricominciato a contare.
Io no, tu sì, tu sì, tu sì, io no, tu sì + guanti, io no, lui no, tu sì, tu sì, loro due no, voi sì, io sempre no, né mascherina né guanti.
Mi sono scappati  pure un paio di colpi di tosse e mi sono sentita un’untrice, sul mio tram preferito.
Sono scesa a testa bassa e mi sono ricordata del mio frigorifero completamente vuoto, ho attraversato la piazza velocissima, sentendomi in colpa per quel terzo colpo di tosse che aveva bisogno di uscire, usando tutta me stessa per rispedirlo in gola.
Il supermercato era pieno di gente e vuoto di merce, e adesso sfido anche i più disillusi a non averci pensato per un attimo, a prendere un pacco di pasta in più, l’ultima carta igienica che non si sa mai.
La parole a distanza tra le persone che nascondono iperventilazione.
Mi è tornata un po’ di paura e ancora una volta non era l’infezione, che tra le due c’è una sfida a chi sia più contagiosa ed è già chiaro chi vincerà.
Ho cercato di ricostruire la parola ipocondria e ci ho ritrovato la mia poesia, lo sapevate che l’ipocondrio, per i greci, era quel luogo del corpo, nella zona addominale, dove ha sede la malinconia?
Tra una corsia e l’altra ripensavo a quel libro di Marquez, a cosa ci avevo immaginato dietro per la verità, a cosa sto rimuginando da mesi con le mani che prudono.
A cosa abbiamo perso e dobbiamo ricordare davvero.
La mia tasca era zitta e non avrebbe vibrato perché sì, la telepatia non esiste.
Ho chiuso la porta di casa, ho appoggiato i due pesantissimi e inutili sacchetti di spesa e finalmente ho tossito in pace.

Tutto questo per dire?
Lasciate stare gli scaffali depredati, il pessimo giornalismo, i coprifuoco delle birre, le quarantene e la conta delle mascherine, le zone rosse e i pazienti zero.
C’è tutta una retorica, abusata in quest’ultima settimana, su qualsiasi sfaccettatura di questo macro-micro dramma virale su cui non abbiamo strumenti sufficienti per discutere, sul serio, non io.

Sapete a cosa serve tutto questo, secondo me?
A testare l’ultima cosa che ci siamo dimenticati di avere.
E non è la scorta di tonno in dispensa.
È quella cosa che, insieme al nome di un’epidemia, fa il titolo di un romanzo di Marquez.
L’amore per le persone della nostra vita, per la nostra città, per il cielo blu anomalo di questo febbraio, l’amore per i gatti che ci aspettano a casa e per un piatto di pasta e fagioli come si deve, l’amore che ci fa fare i gargarismi e avere paura di perdere tutto, l’amore testardo, sconsiderato e coraggioso, l’amore per i posti che non abbiamo ancora visto, per le storie che ci devono raccontare, l’amore senza plastica, senza aperitivo e senza regole, l’amore dei baci e delle ruspe, l’amore politico rivoluzionario.
Che poi, a pensarci, il nostro amico tinder è il primo perdente del giorno, altre che borsa di Milano e Prodotto Interno Lordo.
Quanti poliamorosi e paurosi sono disposti ad alimentare le scopate usa e getta in cambio di un (ipotetico) virus letale?
Diremo che ci siamo incontrarti con il coronavirus, gli ultimi eroi.

Mantenendo fermo il fatto che solo l’autoronia ci salverà, io credo che tra un po’ di patetismo e il cinismo ad alti livelli, abbia ancora ragione Werther.
E, no, non moriremo tutti, non resteremo senza acqua e senza cibo, una risata ci seppellirà.
Ma ci avete pensato che tutto questo non sia una pandemia ma una prova tecnica della nostra esserumanità?

E quindi chiedo.
Li avete mandati quei messaggi?
Li avete rotti quei silenzi?
Avete usato questi quattro minuti di paura per fare quello che non avete fatto prima?
Per dirlo? Lo avete almeno pensato?
Quanto avete sfruttato questo momento per ascoltare quello che sentite davvero?
Avete sentito qualcosa?

Lo so, ho una formazione neomelodica oltre che un’attitudine melodrammatica, ma continuo a pensare che c’è una cosa sola che dovremmo fare ai tempi del coronavirus.
Una cosa sola e l’ha detta Massimo, nel 1970, con la sua inconfondibile enfasi.

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Quindi adesso, occorre alzare il culo e correre.
(Prima però, ovviamente, lavatevi le mani).

 

*

 

 

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Adesso che sei diventato grande

Lascia che tutto ti accada
bellezza e terrore.
Si deve sempre andare:
nessun sentire è mai troppo lontano.
(Rainer Maria Rilke)

 

Adesso che sei diventato grande non sei più grande di ieri, di un mese fa, forse neanche di otto anni fa, perché per farci diventare grandi la vita usa poco i calendari e tanto le valanghe.
Adesso che hai trent’anni e io non più, non so cosa regalarti, ma se ho un desiderio che posso ancora consumare lo esprimo per te e, anche se i desideri non si dicono ad alta voce, io lo dico forte perché deve risuonare nell’ultraspazio almeno per altrettanti trenta, senza contare gli anni luce.

Adesso che sei diventato grande non ci raccontiamo più le giornate, gli amori, i problemi, le confidenze e le barzellette però togliamo ancora le c e le r dalle nostre frasi, ogni tanto condividiamo la musica che ci fa cantare a squarciagola e la strada per tornare a casa, ognuno la sua.
Per il resto, ho imparato a farmi una ragione dei tuoi silenzi, a digerirli, a riempirli con altri silenzi perché poi alla fine siamo fratello e sorella anche in questo.
Però adesso che hai trent’anni e io non più, ci spero ancora un po’ che torneremo a dircelo, come quando tu ne avevi diciassette e io ventitré, io dodici e tu sei.

Adesso che sei diventato grande, sei più grande di me da un pezzo.
Ma resto quella che ti ha insegnato tutte le parole di Smells like teen spirits, quella che sfidavi a Fifa 98, quella che ti scriveva lettere dopo le gare di nuoto e ti ha regalato il primo viaggio con gli amici, quella che ti faceva guidare nel parcheggio ed entrava in macchina dal finestrino come fosse Hazzard, quella che nonostante il caldo frigge le melanzane per prepararti la parmigiana e mette sempre il basilico nel riso in insalata. E sì, resto anche quella che ti imbavagliava quando esageravi con i capricci, faceva gli incidenti nei momenti importanti e tutto il resto.
Quindi adesso che hai trent’anni e io non più, voglio dirti una cosa di cui sono certa quanto il fatto che Kurt Cobain dicesse proprio Hello, hello, hello, how low e non quattro volte Hello.
Voglio dirti che ho capito che avere trent’anni non significa per forza essere grandi, ma di certo è il tempo perfetto per essere giovani e adulti, tutto nello stesso momento. Per essere liberi senza più bisogno di essere ribelli, per essere stupiti senza più essere sognatori, per essere convinti senza più essere fissati, per innamorarsi senza più bisogno di pensare che sarà per sempre, per essere coraggiosi senza più bisogno di essere spericolati.
…si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più, diceva una delle mie preferite.
Spero ti fiderai di me (e di lei), anche adesso che sei diventato grande.

Adesso che sei diventato grande sei proprio uguale a lui, in quella foto con il maglione rosso che ho appoggiato davanti ai libri di poesia. Come se fosse normale, ricordarlo in una foto scattata in un tempo in cui noi due neanche esistevamo.
Una foto appoggiata, come se fosse normale, davanti ai libri di poesia.
E adesso che hai trent’anni, scusami, non volevo intristirti, ma le tue mani mi ricordano quello che so di me.
Succede lo stesso anche a te, anche adesso che sei diventato grande?

Adesso che sei diventato grande mi piace fotografarti mentre cammini qualche passo più avanti o qualche sguardo oltre me e pensare che, in qualche modo, potrò sempre guardarti le spalle.
Anche adesso che siamo diventati grandi e io ho avrò sempre bisogno di te.

 

 

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