L’estate è violenta (Anno Otto)

Di questa città abbiamo contaminato tutto.
Lo abbiamo fatto insieme, mentre i nostri corpi si spostavano nello spazio, si occupavano di risate, racconti, baci, meraviglia, e poi incrinazioni, silenzi, dubbi, e ancora qualche abbraccio perché lì in mezzo c’erano i pezzi di un amore che meritava di andare lontano.
Abbiamo preso la Darsena e anche il fondo dei navigli, un paio di parchetti nascosti e le saracinesche dei locali chiusi la notte. Il mio quartiere, in lungo e in largo, e il tuo quartiere, solo un po’ in lungo. Abbiamo toccato Niguarda e Giambellino, abbiamo girato il Castello e la Martesana, qualche cinema, i supermercati, i cortili e i parcheggi, la stazione e Porta Venezia.
Abbiamo preso le strade che portano alle autostrade, per almeno un paio di altre città, un lago e una montagna.
È vero, non è tutto.

L’estate è violenta.
Scioglie i confini delle cose e del tempo, si appiccica lì dove eri felice e non lascia tregua, quando non ti riconosci più.
Rido, piango, mi accartoccio, ogni tanto mi sorrido di nuovo e poi perdo la brocca, Pandora è scoperchiato e guardo ballare le pieghe del caldo tra le mancanze con cui non riesco a far pace.
Quelle antiche che si sovrappongono a quelle vive, tutte bastarde, ingrate.
E sono fuori moda, fuori tempo, sono patetica, sono dolorante.
Ma sono vera, sono nervosa, luminosa, sono forte.
E fa male non riuscire a dirlo che

mi dispiace così tanto che sei andato via
che se lo dico un’altra volta sono matta davvero
mi dispiace così tanto che sei andato via.

Quando la vita è tutta un andare via, pezzi che si strappano con durezza e tu devi alzare gli occhi e continuare e quando diventa grave devi ascoltare solo i piedi, dimenticarti il cuore, concentrarti per sentire i movimenti delle articolazioni, solo quello, non occuparti del burrone che hai alle spalle e tutto intorno, non preoccuparti del rimbombo nella cassa toracica, pregare di non perdere l’equilibrio una volta per tutte.

Stare a te stesso.

E non impazzire all’idea che sarebbe tutto molto più semplice, sarebbe così sano tenersi stretti non lasciarsi, contaminare tutte le strade, riconoscersi restare e ridere diosanto, quando insieme si ride bene, ridere e toccarsi in tutti i punti, soprattutto quelli stretti, ferirsi e guarirsi, darsi i modi e i tempi, per avvicinarsi, conoscersi, lasciarsi andare nel verso giusto, che dall’altra parte è inferno e lo conosciamo bene.

Stare, per una volta.

Di questa città abbiamo contaminato tutto.
L’ho fatto io tutte quelle volte che ti ho portato in giro con me attraversando gli altri angoli.
Sulle linee degli autobus, consumando i piedi nell’asfalto, in Bovisa, a Rozzano, in Porta Romana e a Porto di Mare, nel largo del tuo quartiere, a teatro, nelle mostre, nelle birre e sotto i lampioni, in metropolitana e pure sugli aerei, in circonvallazione che così adesso c’è dentro tutta la città davvero.
L’ho fatto quando sentivo l’inizio e immaginavo traiettorie, l’ho fatto durante scegliendo insieme dove andare e l’ho fatto alla fine.
Quando la strada sembra chiusa, gli occhi si incontrano ancora ma il futuro si blocca in gola, lì, accanto al presente svuotato e alle domande incastrate tra le corde vocali.
Con i gesti che ti restano nelle mani, le parole, ferme dietro le pupille e quel tram che si beve tutte le lacrime della città.

L’estate è violenta, ma passa, la mancanza non lo so.
E sono fuori luogo, fuori misura, sono testarda, (dis)illusa, sono limpida, sono feroce, disperato erotico stomp.
Se ho perso anche questa volta non ho più intenzione di vergognarmi di me, non scappo più.
Forse è solo che quando sei felice te lo dimentichi un po’ da dove vieni, ma quel da dove vieni raramente si dimentica di te.
E forse hai fatto meglio tu, a salvarti la vita in tempo.

Io nel frattempo guardo la mia battaglia, accendo una sigaretta, lascio bruciare.
La nicotina, la pelle, la città, l’estate, il cuore.
Ma non voglio più dare i miei smarrimenti in pasto a nessuno.
Sanguino. Quindi sono viva.

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Natalie Foss, Addiction

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Passerà

E se vale la pena rischiare
io mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore
(Ernesto Guevara)

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Ciao Igi,
non farò grandi giri di parole: non solo non sono Marco, ma Marco non è mai passato a prendere quello che avevi lasciato per lui.
Io però l’ho custodito, per almeno due anni, gli ho tolto la polvere e l’ho cambiato di posto ogni volta che aveva bisogno di un posto nuovo.
E me lo ricordo il giorno in cui sei venuta in libreria.
Non mi ricordo il tuo taglio di capelli o la forma degli occhi, ma mi ricordo il modo in cui ti muovevi tra i libri di fotografia cercando qualcosa che non sapevi spiegarmi, mi ricordo l’imbarazzo con cui mi hai chiesto se quel libro che avevi poi scelto e comprato lo potevo tenere lì, che sarebbe passato un ragazzo a prenderlo, mi ricordo quante volte hai riletto quei fogli prima di infilarli nel pacchetto insieme a un’altra busta e dirmi: si chiama Marco, te lo lascio qui, verrà a prenderlo.
Mi piacciono le storie e avrei cercato qualche indizio, qualche frammento di questa che mi stavi affidando, ma ho chiuso il pacchetto e ti ho detto solo: va bene, ci scrivo sopra che è per lui.
L’ho messo sulla mensola, ci ho scritto passerà.

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Agli altri librai che mi chiedevano cosa fosse quel pacchetto lassù, dicevo solo: è una storia, qualcuno verrà a prendersela.
E ho continuato a cambiargli posto e a controllare che fosse sempre a posto.
Solo che sono girate le stagioni e Marco non è passato.
E a furia di spostarlo, di custodirlo, gli angoli del pacchetto hanno iniziato a rompersi, la carta a sbiadirsi, le cose che c’erano dentro a cercare di venire fuori.
Io a pensare che Marco non sarebbe passato mai.
E neanche tu, per sapere se poi tutto era andato dove doveva andare.

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Alla fine l’ho tolto dalla mensola, l’ho tolto da quel pacchetto che era diventato un massacro, il foglio con scritto passerà si era già tolto da solo.
Ho guardato per un po’ quelle pagine piegate e quella busta bianca da fotografie, mi sono chiesta cosa dovessi farne, se ne avessi il diritto.
E no, non lo avevo.
Ma ero stanca anche io di cose lasciate sulle mensole, di storie senza finale, di parole sospese e regali buttati via.
Ho scritto tante lettere d’amore e ogni volta ho giurato che non l’avrei fatto più, che non volevo più restare senza risposte, senza speranze, senza cuore.
E invece poi le ho scritte ogni volta.
Ogni volta che ho pensato ne valesse la pena nonostante tutto.
Ogni volta che quello che mi girava dentro e non mi lasciava dormire era più forte del fallimento, dei no, dei silenzi e di tutto quello che non passerà.
Ogni volta che mi sono sentita patetica, sentimentale e tutta quella sfilza di aggettivi che si attribuiscono a chi non smette di sbattere la testa contro i muri duri, e niente non smette anche se passano le stagioni, i nomi, le mani e le fotografie.
Penso, a un certo punto, che le lettere d’amore le scriviamo per noi.
Per ricordarci che sentiamo e per non smettere di farlo.
Penso che la disperazione di sentirsi a senso unico sia più viva di chi non sente più niente, di chi non prova almeno a dirlo.
Credo in quel guizzo di coraggio lì. Che vale tutto il resto, quando ci credi ancora.

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E io spero che Marco sia arrivato a casa tua, all’improvviso.
Che ti abbia messo baci ovunque e abbiate fatto l’amore fortissimo, stupendovi di scoprire come si possa fare fortissimo, l’amore.
Spero che vi siate dimenticati di tutto.
Anche della lettera, del libro, delle fotografie.
Del buio e degli anni in mezzo.
Ma non voglio neanche passare per quella che ha visto troppi film.

E quindi se Marco non ha trovato il tuo citofono, come non ha trovato la strada per la libreria, per prendere il tuo regalo, io volevo solo dirti che la bellezza che hai messo lì dentro è arrivata a qualcuno che, sì, doveva farsi i fatti suoi.
Ma che per un momento si è sentito meno solo.
E ha pensato che la bellezza è più importante di chi non trova la strada per venire a prendersela.
Passerà.

Continuo a custodire tutto, se lo rivorrai indietro è qui.

Perdonami.

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Terra

Mio padre era un uomo di terra.
Terra che era la sua origine, la sua mitologia, il sudore ogni mattina presto sul trattore, terra la sua canzone e quell’aroma brullo sotto il sole a cui torno ogni estate.
Ho raccolto un catalogo di odori e altri fatti sensoriali che ormai mi basta immaginare per sentirmi lì.

Mio padre era terrone.
Nel senso più vero del termine, quello che contiene le zolle, il sud Italia, la resistenza e tutta una serie di valori che riguardano l’appartenenza, la lealtà, la fatica, la gentilezza degli scambi e la capacità di non farsi calpestare, il sangue che ribolle.
La pasta fatta in casa con il ferro dell’ombrello e la tavola sempre imbandita, anche a pane e cipolla, per chiunque meriti di restare.
Il rispetto, anche, per tutto questo.
Nel senso più romantico e meno patriarcale del termine, pure se sì, sono figlia di un uomo del sud e le mie lotte me lo ricordano bene.
Non è un caso che la leggenda racconti di mia madre, in viaggio verso un’altra terra, un altro uomo, che si ferma una sera per sbaglio e lo trova su quel palco in mezzo alla piccola piazza, lui da solo a recitare O’Zappatore.
Mia madre che si ferma lì e l’altra terra non le interessa più. Resta.

Mio padre era terra anche nel segno zodiacale, materico, testone, duro, di cuore.
Io sono acqua, è per questo che spesso abbiamo fatto fango.
Ci capivamo poco e litigavamo molto, anche se ci amavamo in modo incondizionato, che acqua e terra sono complementari.
Ci parlavamo poco, per fortuna ci siamo scritti delle lettere dove posso tornare.
Apro i cassetti e lui è sempre qui.
Era terra anche nelle metafore, mio padre.
Voleva che mi entrasse nella testa e forse non si era accorto che ce l’avevo già nella carne.
La terra.
Diceva che bisognava aprirla, ribaltarla e affidarle quei semi che ci avrebbero nutrito, che bisognava curarli e avere qualcuno con cui condividerli.
Gli ho sempre creduto, su questa storia del seminare.
L’ho fatto spesso sovrappensiero, ingenuamente, a volte controvento, ma non ho mai smesso, ho capito che è il gesto a contare più del metodo.
L’ho capito ogni volta che non mi sono sentita sola, piegata sotto il sole, a raccogliere.
Ogni volta che una mano che non era la mia portava a casa un pezzo, me lo restituiva.

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Mio padre è tra la terra della sua terra.
Io ci ho messo anni, ma oggi non ci penso più, non con quella disperazione.
Ogni tanto gli parlo attraverso il mio soffitto, o tra gli ulivi del suo sud, ma è solo una scusa per usare la voce.

So che lo ritrovo a ogni stagione di raccolto.
Ogni volta che mi ricordo che è il tempo, e ogni volta che, a sorpresa, apro la porta e ci trovo davanti un cesto pieno di colori terracei che qualcuno ha lasciato lì per me.

Un po’ lo ringrazio e un po’ lo maledico, come è sempre stato.
Per tutto il letame spalato nel mezzo, la merda ingoiata, le erbacce a casaccio e tutto quello che si è seccato invece di germogliare.
Ma, insieme a mio padre, lo diceva anche quello là: che dei diamanti non ce ne facciamo niente, noi fatti così.

Vogliamo i fiori.

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In ordine sparso

orenzo de Rita. Un kit tra castelli in aria, eteronimi e bioluminescenze.

Lorenzo de Rita. Un kit tra castelli in aria, eteronimi e bioluminescenze.

C. Una cosa non facile

Penso spesso alle resistenze.

La resistenza che fa la carta quando la pieghi, la resistenza elettrica che salva la vita, la resistenza partigiana che ha liberato, la resistenza di una pianta quando ci sono parassiti, trombe d’aria e tutti quegli agenti esterni che vorrebbero sabatorla e invece no, lei ha le radici impiantate solide dentro la terra, la resistenza che fa una marcia a entrare se non schiacci bene la frizione.
Le resistenze, quelle che facciamo noi, quando vediamo delle cose belle e le teniamo lontane, smettiamo di sentire, le mettiamo da parte, perché ci spaventa l’idea che se le accogliamo davvero potrebbero poi per qualsiasi motivo andare via e noi impazzire di conseguenza.
Ci riesce così bene, resistere alla felicità, che troviamo un milione di modi per farlo.

Le resistenze, quelle che invece due persone fanno insieme, per salvarle queste cose belle, quando capiscono che sì, si può rompere tutto, ma vale la pena provarci fino in fondo, che c’è qualcosa di raro negli incontri, negli scambi, nell’elettricità che permette a  due particelle di incontrarsi nello spazio/tempo, che è una fatica, un compromesso, come tutto del resto, ma vale la pena, stare lì a vedere quello che succede, darsele tutte queste possibilità, che forse è meglio investire su un amore che su un rimpianto, stare e basta, senza re-, stare senza remore.

E se si fallisce, la verità è che il fallimento è quella parola che contiene l’errore, la rottura delle regole, la mancanza, il cazzo che ogni volta può alzarsi o forse no, ma anche l’imperativo: fallo!
Il fallimento è ogni tentativo che abbiamo fatto. Lo ringrazierò sempre.

Ho pensato agli alibi, agli accanimenti, alla linea che li lega e li separa, agli spietati che salgono su un treno e non ritornano mai più, a questo sentire che non lascia pace, alle ragioni che ti devi fare per forza e poi dare, sempre per forza, che tutto da soli non si può fare.

E allora la resistenza la fai tu. E forse fa la differenza.

F. Una cosa dell’altro mondo
C’era un gioco che facevamo in una vacanza di un po’ di vacanze fa.
Il gioco includeva una serie di domande le cui risposte erano fantasticherie, un gioco che abbiamo fatto tutti in qualche vacanza.

Quale periodo della tua vita rivivresti di continuo?
Lo so!
E lunghi racconti nostalgici e brillantini.

In quale essere vivente ti vorresti reincarnare?
Lo so.
Con riserva ma lo so.

Cosa baratteresti per vivere per sempre?
Io non voglio vivere per sempre.

Dai, non è possibile, tutti vogliamo vivere per sempre.
Vivere per sempre e vederci scorrere davanti agli occhi tutto il resto, e sapere che finirà di continuo e noi no, e farci i conti ogni volta e sapere che ti mancherà, tutto il resto, che poi comincia qualcos’altro che se ne andrà anche lui e invece tu resti ancora, e può cominciare un’altra cosa che poi finisce e tu resti ancora, e via così per sempre che non ti puoi fermare da nessuna parte perché il resto a un certo punto si ferma e tu no, e sei così solo alla fine in questo accumulo di addii?
Io questo processo non lo ripeterei all’infinito, no. Neanche per sogno, io sento troppo, mi basta e avanza così.
Te lo ricordi Highlander? Tutto quel casino, quei secoli, quei duelli per cosa?
Per ottenere di morire. Per poter amare una volta come si deve e vedere di nascosto l’effetto che fa.
Il premio degli immortali è la mortalità.

D. Una cosa assurda
«Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere. È la sopravvivenza che le rende tali, perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro».

La prima volta che ho incontrato “Il danno” di Josephin Hart, mi sono sentita compiaciuta, forte, immortale, sola, compatta. Mi sentivo speciale, per quel danno. Soffrivo, mi struggevo, rompevo di continuo equilibri, bicchieri, storie, parole, ma mi sentivo preziosa. Io, i miei mostri, le inquietudini, posso farne quello che mi pare, nessuno capirà e posso struggermene ancora di più.

Oggi frugo tra le mie cicatrici, tra i danni che sono cresciuti in maniera esponenziale.
Oggi non mi interessa più nuotare nel nero, soddisfatta, tormentata e compiaciuta, giocare con la poesia distorta, sfidare i lati oscuri.
Quel danno oggi è vero, reale, molto più denso.
Ma non è speciale per niente.
Siamo tutti danneggiati e tutti sappiamo che sopravviveremo. Siamo tutti feriti, è quello che decidiamo di farne con quella ferita che fa la differenza.

Oggi voglio la cura.
Voglio prendere la mia ferita e dartela in affido, appoggiarla tra le mani.
Voglio vedere la tua e prendermene cura allo stesso modo.
Voglio farla parlare, ascoltarla, senza pretendere che scompaia, non scomparirà.
Fidarmi del fatto che le rispetteremo a vicenda.
Non vergognarmene più, non compiacermene più.
Condividerla e alleggerirla, anche e soprattutto quando costa molta fatica.
Senza la pretesa di affondare o di salvarsi.
Liberarla e, alle volte, lasciarla fare.
Tanto farà lo stesso, anche senza il mio consenso né il tuo.

Perché sì, non moriremo neanche per questo.
Mal che vada ne guariremo un po’.

G.  Una cosa un po’ delicata
La vedo arrivare dall’altro lato della piazza. La vedo perché il suo corpo asseconda il peso della borsa che si porta sulle spalle, i suoi passi ondeggiano sotto il caldo.
L’estate sta facendo il suo mestiere peggiore.
È vestita come ci si veste per andare a fare la spesa, senza pensarci. Vorrei aiutarla e non so come fare, ad avvicinarmi, sembra lontana anni luce.
Il verde della gonna le si incastra tra le gambe, lei cerca qualcosa nella borsa senza smettere di camminare e non la trova, si sbilancia, resta in piedi.
Le esce un sospiro che mi raggiunge.
Appoggia la borsa e la spesa sulla panchina di legno, cerca ancora tra le cose, si mette una mano tra i capelli e distrugge definitivamente la costellazione che ha raccolto sulla testa.
Le sue mani sono giovani e muovono una sigaretta spenta.
Mentre mi avvicino con la fiamma, incontro i suoi occhi e sono pieni, un’esplosione di vuoto.
Lei neanche mi guarda mentre mi ringrazia.
È altrove e non ha intenzione di tornare.
Faccio dei passi indietro e mi fermo a guardare.
Una donna che muore di mancanza, sulla panchina di una piazza di Milano.

Quella donna sono io.

A. Una cosa simile
I desideri sono quella cosa che ha a che fare con la caduta.
Le stelle cadono per le nostre notti d’agosto, noi cadiamo più e più volte per raggiungere quello che de-sider-iamo.

E non è detto che poi ci riusciamo, non è detto che le ginocchia scorticate facciano davvero la differenza, certe volte stiamo chiedendo la cosa sbagliata alle stelle, bisogna metterselo via che quella cosa non fa per noi.
Forse dobbiamo affezionarci più al processo che al desiderio, alla speranza che ci fa sentire vivi, senza prenderci troppo gusto nel rotolare giù, e avere la capacità di cambiare, quando necessario, la meta.

Sta tutto in quella particella “de”, che definisce la distanza.

Come deludere.
Una delle cose più ingrate che dobbiamo accettare, che abbiamo fatto faremo, abbiamo subito subiremo. Una di quelle lezioni di vita che costano più care di altre.
De-ludere è smettere di giocare, rompere i patti, alle volte bisogna farlo e basta, è mettere in atto il contrario di illudere, e spesso non è un dispetto è maneggiare la realtà.

Poi ci sono le questioni di accenti: ti perdono.
Scegli tu dove metterlo.
Alle volte sai che diventa necessario non perdonare per andare avanti.

B. Un’ultima cosa
Ho sempre creduto all’amore libero.
Con rispetto, ma libero.
Libero che siamo vicini e insieme, ma le tue cose sono sacre, i tuoi spazi interiori, i tuoi viaggi, le tue password e i tuoi cassetti sono tuoi e vanno rispettati, tanto quanto i miei.

Ho sempre desiderato che fosse un espandere, questo amore, non un limitare.
Che non ci fosse cosa più bella.

Ho sempre lasciato libero, chi mi gravitava intorno, di restare o andare.
Anche e spesso andando contro i miei desideri e incontro alle mie delusioni, perdendo battaglie, rinunciando, sperando, pregando il soffitto e piangendo molto.
Ma la tua libertà conta quanto la mia, e se le nostre libertà non coincidono sono catene.
E io posso accettare di essere un casino, troppo o troppo poco, fuori moda o nel posto giusto, posso accettare di essere un pesce, un albero, un filo elettrico.

Ma una catena no.

E. una cosa che si capisce dopo
Sono scesa a patti con il fatto che posso perdere: occasioni, persone, tram, lucidità, tempo, amori.

Sto facendo i conti con gli strappi, con il fatto che la vita strappa e continueremo a dover rifare gli orli. Con il fatto che in certi momenti l’amore conta più di tutto ed è lì che capisci davvero, le decisioni che prendi sono il contachilometri dei nostri cuori, del nostro coraggio, di quanto vale ogni energia che ci scambiamo, di quello che perderemo, e non sempre perdere è questione di distrazione.

Sono scesa a patti con il pensiero che se la resistenza è a senso unico, allora sei libero, vai. Io resisto e non posso fare altro, non dipende da me: la delusione, il fallimento e i desideri li pagheremo comunque. Con il fatto che le ferite hanno un odore molto forte, che lo sentiamo, lo riconosciamo e quando assomiglia al nostro lo scegliamo.
Poi non sempre riusciamo, ma voglio continuare pensare che ognuno di noi faccia il meglio che può.

Sto facendo i conti con le assenze, che sono una cosa diversa dalle mancanze.
Assenza è quella che circoscrive chi decide di non esserci, chi non può più farlo, non c’è più, è definitiva, l’assenza, e di solito ha a che fare con la perdita.
Mancanza è quella che ha a che fare con la nostalgia, è uno spazio vuoto che riempi di pensieri, in cui puoi sperare ancora, sentire tristezza e ricordare sorrisi, mancanza è quel luogo in cui ci si ritrova e ci si riperde. Fino a prova contraria.
Non c’è amore senza mancanza, diceva un tizio importante.
Oggi le mancanze non mancano più, dice oggi un’altra che non so se sarà importante.
Forse dicono la stessa cosa, se quello che è finito da qualche parte è l’amore.
Io so solo che se con le assenze non posso farci niente, con le mancanze ci farò i conti finché non ci avrò fatto pace.

Sono scesa a patti con il fatto che sono viva e perdere pezzi di continuo mi fa pensare che devo rimanerlo cercando di perderne il meno possibile, di pezzi, che la leggerezza ha un peso specifico e merita di tornare a galla, che il tempo finisce e bisogna alzare il culo, smetterla di incagliarsi, che bisogna respirare, tanto e soprattutto in modo regolare, altrimenti l’iperventilazione è dietro l’angolo e non c’è sacchetto di plastica in cui soffiare che tenga.

Sto facendo i conti con le cose finiscono, con l’amore che finisce, o non nasce proprio, o certe volte resta lì, sospeso per qualcosa che non capiremo mai.
E sì, togliersi l’amore quando ci si è fatti solo bene ha un prezzo diverso da pagare, non saprai mai se hai sbagliato tutto o ti sei salvato la vita in tempo.
Però penso che ci sia solo un livido che è ammesso in amore e non è certo quello che se lo schiacci ti rompe il cuore.
E sto facendo i conti con il fatto che forse sono più brava ad amare in assenza che in presenza.
Scrivo scrivo e poi non so vivere.

Però ho capito che è la fine che ci fa piangere, non l’amore.
La fine arriva, l’amore resta.
In un modo tutto suo, ma resta.

Per me la fisica è sempre stata molto romantica, dicevo: siamo solo due particelle che si sono contaminate per sempre una dell’altra e che adesso sono state riassorbite dal caos. E non so se ci incontreremo di nuovo su quella retta che tende all’infinito, quella retta che cercavo in fondo a via Bramante quando mi facevi strizzare un occhio per spiegarmi che il punto là in fondo era uno solo.
Non lo so: se serve l’immortalità per farlo allora io non potrò.
Non la scelgo neanche nelle fantasticherie, l’immortalità.

Un’altra versione dei fatti? Due rette che si incontrano all’infinito è il modo più stupido che abbiamo di stare separati.

H. Una cosa da non sottovalutare.
Ci ho messo sei mesi a raccogliere queste cose.
E ancora non sono certa che siano quelle giuste.

Adesso però butto due cose in valigia e vado in vacanza.
Torno a casa.

 

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UNO DUE

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Il generale vive tra le case del cortile giallo.
Uno o due piani più su di me, non sono ancora riuscita a collocarlo dietro una porta precisa, ma spesso dalla finestra sento la sua voce.
Ci ho messo un po’ a capire cosa dicesse, le prime volte mi sembrava che quel suono che mi entrava in casa fosse un orgasmo un po’ soffocato dal caldo di luglio.
Invece conta, il generale, UNO DUE UNO DUE, marcia UNO DUE.
L’ho capito quando ci siamo finalmente incontrati sulle scale, io e quella voce, io scendevo di corsa e lui era seduto di spalle sui gradini.
È stato così che ho scoperto che dietro quella marcia c’è un uomo vecchissimo, antico, che si guarda intorno come se avesse perso qualcosa e per non perdere qualcos’altro conta UNO DUE UNO DUE.
Però mi aveva sorriso, aveva girato un poco la testa verso di me senza smettere di contare e aveva una fierezza e una tenerezza indicibile, dietro la barba sfatta e gli occhi liquidi.
Ci siamo incontrati altre volte, io e il generale, e queste altre volte lui ha smesso di contare, mi guardava un po’ a metà mentre scendevo le scale e a forza di sorrisi mi sono conquistata il suo “Buongiorno bella” tra gli UNO DUE.

Anche oggi l’ho incontrato, il generale.
Due volte.
La prima era stamattina, io salivo le scale e lui era di profilo, stava rovistando tra i bidoni della plastica nel sottoscala, UNO DUE. Gli ho detto un buongiorno un po’ urlato, per farmi sentire, e ho pensato davvero che avesse perso qualcosa, qualcosa che con la plastica non c’entrava proprio niente.
Gli ho chiesto se avesse bisogno, ma lui mi ha risposto UNO DUE “Buongiorno bella” guardando le bottiglie accartocciate e si è dimenticato di me.
La seconda volta ero anche un po’ di corsa che le mattine ci metti un attimo a perderle e sei già in ritardo.
Io scendevo e lui saliva,
Il primo dei nostri incontri in cui l’ho visto in faccia del tutto.
Il generale ha smesso di contare, ha fatto tutti i gradini guardandomi dritta, ha trattenuto gli UNO DUE e mi ha detto “ha fatto bene a fermarsi”.
“Ci mancherebbe” gli ho risposto io pensando si riferisse alla gentilezza di far salire prima lui, che ci mancherebbe, generale.
“Dovevo proprio guardarla come si deve” ha continuato e io gli ho sorriso come faccio sempre e stavo per scendere ma lui si è fermato di nuovo “ha fatto bene sa”.
“Ci mancherebbe” ho detto di nuovo io, ci mancherebbe davvero che non sale prima lei, generale, ho ripetuto in testa con una specie di dolcezza vicina a tutti gli altri generali della mia vita.
“Perché lei è proprio bella sa”.
“Grazie “ dico grazie, ne avevo bisogno e cerco di capire cosa guarda.
Guarda me e sorride, io mi dimentico che sono in ritardo.
“Lei è bella davvero signorina ed è un dovere dirglielo”.
L’ha ripetuto senza smettere di guardare me, gli occhi erano lucidi davvero, e allora ho fatto l’ultimo sorriso “lei è davvero un gentiluomo”.
L’ho detto prima di cominciare a frignare e sono corsa giù per le scale gialle e scrostate come questi giorni, contando UNO DUE.

[La parola del giorno è Invaghire in-va-ghì-re (io in-va-ghì-sco)
SIGN Far nascere in qualcuno un sentimento d’amore, attrarre
composto parasintetico di vago, dal latino vagus, con prefisso in- ‘dentro’.]

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Il posto

Sul mio balcone è comparso un giardino.
L’hanno piantato le mani sicure di chi non si stanca di ricordarmi che merito bellezza.

Quando abbiamo tolgo le dita dalla terra, ho sdraiato un cuscino tra le mattonelle, ho appoggiato la schiena al muro rosso.
Era sera anche se il cielo non voleva ancora ammetterlo.
Tra il gelsomino e l’ortensia, i miei occhi liberavano rabbia come una grondaia, mentre tu mi lasciavi fare, riempiendo il silenzio di lealtà, e la luce si arrendeva finalmente al blunotte.
È stato in quel momento che il mio giardino è diventato il posto.
Il posto per piangere, per respirare, per accendere candele e fissare i giochi di luce sul bambù.
Il posto per preferire le finestre agli specchi.
Il posto per apparecchiare un tavolino minuscolo e fumare così tante sigarette filate da voler smettere.
Il posto per sbirciare tra le tende degli altri e far scorrere i fantasmi.
Il posto per versare birra, per collezionare parole giuste e pensieri sbagliati, per cercare l’odore soffritto di cipolla fino a sentire di nuovo fame.
Il posto per far dormire i gatti al sole e per far ridere di gusto il fenicottero rosa.
Il posto per raccontare storie a chi non c’è più e sperare in quelle che arriveranno, il posto per condividerle.
Il posto per sciogliere i capelli e per disfare tutti i nodi, il posto per esprimere desideri guardando molto in alto con una canzone in testa.
Il posto per il caffè della mattina presto, per uscire dai sogni, il posto per decidere di rimettere lo smalto rosso.
Il posto per pestare i piedi e per fare pace, per scoprire le gambe e per sapere a cosa servono le radici.
Il posto per dare al buio tutti i baci che bisogna dare, per ricordare che è un’altra estate, per avere ed essere cura, per programmare un nuovo viaggio.
Il posto per aspettare, per credere ancora che l’amore torna anche se a volte deve cambiare faccia, il posto per scomparire e per sorprendersi a ridere.
Il posto per tornare, prima di tutto, da me.
Il posto dove piangere sì, e il posto dove smettere di farlo.

Il posto in cui sarò, in ogni caso, ogni volta che vorrò sapere dove sono.
Tra il gelsomino e l’ortensia, al primo piano, nel mio giardino.

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Enrica Tesio e Giulia Richetta, da Filastorta d’amore

 

 

 

 

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Maggio, cor-aggio.

In questo maggio ho scavato la parola coraggio.
Senza rime, ma con le unghie, i fantasmi, gli occhi struccati e i passi indietro.
Con le guide disperate, i corridoi verdi e le cattive notizie che da qualche parte lo sai già il rumore sordo che fanno.
L’ho rovistato e ribaltato e, sì, dentro alla parola coraggio ci ho trovato la parola cuore.
Il mio. Che esiste e si fa sentire. Che mi ha insegnato che avere paura non fa poi così tanta paura.
E quello delle persone che il coraggio lo dividono con me da sempre.
In questo maggio e in qualsiasi ricordo che ci sia rimasto.
Negli inferni e nelle domeniche spensierate.
I nostri cuori allineati al fronte.

Sono fatta di inverno, i miei uomini, invece, sono fatti di maggio.
Tirano i miei fili rossi, ricamano, strappano, insegnano vita.

E oggi è il giorno di maggio in cui i miei padri nascono e muoiono, si incontrano sulla linea del cuore e mi ricordano ancora una volta qual è l’unica cosa importante.
Il coraggio, con tutte le parole e i significati che contiene.
E tutti noi.
Sorelle, fratelli, madri, con le mani intrecciate.
Noi che questo coraggio lo dividiamo in parti uguali, perché abbiamo lo stesso cuore.
E non è solo una questione genetica.

Maggio è il mese delle rose. Oggi nere. Ma sempre rose.

kounellis1_rosa nera 1964

Jannis Kounellis, Rosa nera, 1964

 

 

 

 

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